STORPI DA CORSA
di La maschera • scritto il 2 apr 2010 • pubblicato in: Edizione Online - Ultime, Letteratura e dintorni, SPECIALEIl testo a seguire è tratto da un piccolo aneddoto raccontato da Frate Guglielmo da Baskerville ad Adso nel noto romanzo “Il nome dell rosa“, di Umberto Eco. Mi sembrava piuttosto emblematico.

Stavano sempre lì, a fissare le tante o poche persone che camminavano, in su e giù, in avanti e all’indietro, tutte quante verso una sola direzione: il posto di lavoro, tenero e caldo. E ridevano. Tiravano a sorte, quello è un barista, diceva il primo scagliando il dito verso uno con un grosso collo e delle grosse mani a dieci dita, quello è un architetto, indicando uno con un gran cappello ed una camicia a ringhiera. E ridevano. Uno a momenti il mese scorso ci restava. Ma loro erano contenti così. Senza qualcosa, quindi con niente e con tutti gli annessi e connessi. Si muovevano raramente o mai, e non si spostavano, tranne che in inverno, dove il freddo attaccava meno se andavi dall’altro lato della fontana. Non che potessero andare lontano con quelle gambe, ormai cadaveri da molti anni, ma tanto non volevano andare in ogni posto, quindi da nessuna parte. Ogni tanto se le prendevano a sassate o bastonate se ne trovavano qualcuno, così, tanto. E loro erano felici e chi se ne voleva andare. Avreste dovuto vederli. Non li avevamo mai visti così felici come quel luglio. Caldo e umido, ma loro avevano la fontana e all’ombra della chiesa e dei fedeli che fedelmente quotidianamente lentamente pellegrinavano tra casa e Signore, gonfi di carità e pecunio, che elargivano ad ore dispari qualche sonante da scambiare con arredi intenstinali. Ed erano felici, alla faccia di quelle gambe che si muovevano solo per andare li. Tanto valeva non usarle, diceva il primo. E infatti non gli usiamo, sputò il secondo. Acqua, cibo e Signore. Tutto. Lutto. Un giorno, né migliore né peggiore di quelle prima, accadde. Una luce, ma non dal cielo, come diceva il mio amico Giovanni, ma dalla terra. Ed eccola! A dir la verità, e i due concordavano con me, me la sono sempre immaginata più snella, più giovane e anche (se posso osare) più bella. E bianca. Io l’ho sempre vista bianca. La Madonna in centro, con questo caldo. E a nessuno pareva che la cosa importasse. Fattostà che parlò “Ho pianto quando vi ho veduto. Voi, anime tanto care all’eterno intrappolate in quei corpi. Ma l’eterno, vi ha unto. Correte, figli del padre”.
E corsero i figli di puttana. Cazzo, se corsero. Erano appena in piedi che le corsero in contro. Camminavano. No, correvano. Lei aprì le braccia e il viso, per accogliere i loro tributi, loro colpirono il bersaglio grosso per prima cosa. Poi passarono al volto, alle gambe, alle braccia. Ruppero ogni osso che riuscirono a trovare. Urla empie riempirono l’aria e i polmoni dei due. Grida e pianti, tempo fa, dopotutto, era stata una donna. Continuarono a colpire fino a che da colpire rimase solo un grumo color mattone, dalla quale spuntavano un paio di respiri appena accennati. E piansero in piedi. Urlarono. Un uomo che passava poco lontano, si avvicinò e senza smettere di muovere le gambe per non perdere il ritmo chiese “cosa non va?” I due, lacrime in mano e gambe in culo risposero “non sappiamo dove andare” “Seguite il flusso, precedenza da destra. Non preoccupatevi, si impara in fretta”.
Io torno lì ogni tanto, quando ho tempo. Loro non gli ho più visti. Mi hanno detto che li hanno investiti.
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