Viaggiatori o… turisti?
di Luca Bortone • scritto il 5 mar 2010 • pubblicato in: CULTURA E SOCIETA', Edizione Online - Ultime
Nell’aria, sentore di primavera. Un piacevole tepore accalora le finora fredde e uggiose giornate d’un rigido e nevoso inverno. Poco importa se potrebbe non durare, se il maltempo potrebbe prepotentemente riaffacciarsi e annaffiare l’intero mese di marzo: i pensieri di molti sono già rivolti verso l’estate che verrà. Molti, passando davanti alle vetrine delle agenzie di viaggio, butteranno una languida occhiata ai cataloghi freschi di stampa, domandandosi: e se mi fermassi ed entrassi? In fondo, alla stagione più calda manca poco. O così, almeno, si desidera.
Estate è sinonimo di caldo, abbronzatura, tempo libero, sport, bagni in piscina. Ma soprattutto: di vacanze! Adorate, agognate, meritate vacanze da trascorrere al mare, in montagna, in città, dai parenti o lontani da tutto e tutti. Eh sì, viaggiare piace davvero a tutti!
Un quesito resta: tutti dovrebbero? Quanti farebbero un favore a sé stessi e agli altri, standosene a casa? Alle orecchie di qualcuno potrebbe suonare cinico, ma: fra viaggiatori e dissennati… turisti, corre un invalicabile abisso, largo quanto profondo.
Viaggiare è ben più del mero spostarsi in un luogo diverso da quello di residenza. Si viaggia per conoscere il mondo, per affacciarsi su culture dissimili alla nostra, per vedere questo nostro mondo, così eclettico, attraverso occhi nuovi. Il viaggio dovrebbe arricchire l’anima, gonfiare il bagaglio d’esperienza che ognuno di noi si trascina dietro, non solamente imbrunire la pelle e schiarire i capelli.
Inorridisco quando sento persone esclamare entusiaste: « Uh! Ho visitato l’Egitto! Magnifico, imperdibile! » e poi vengo a sapere che l’unico Egitto che hanno realmente visto è quello racchiuso fra le mura del villaggio, perché: « Chissà cosa ti può capitare uscendo… Non siamo mica a casa nostra qui! ». Peggio ancora sono quei turisti che partono allo sbaraglio, senza nemmeno prendersi il disturbo d’informarsi brevemente sul paese o sulla città che s’accingono a visitare, e puntualmente si ritrovano in un vicolo di New York – per citarne una – con indosso null’altro che i mutandoni. Oppure quei geni – sì, perché bisogna possedere un talento naturale – che trascinano un bambino di tre anni in un estenuante tour nel deserto tunisino, dove la sveglia suona implacabile alle tre e un quarto del mattino e in cui si percorrono migliaia di chilometri in due giorni, stipati in scomodi e vetusti bus. Per non parlare di coloro che affrontano una passeggiata in una foresta pluviale del Madagascar con le infradito ai piedi, e inevitabilmente si esibiscono in assurdi, rovinosi capitomboli degni del jackpot di Paperissima. E ancora: come non citare quelli che di una città visitano soltanto, e dico soltanto, i monumenti simbolo e si pavoneggiano in quelle tristi, banali fotografie che solo i turisti – appunto – scattano (quanti, a Pisa, si fanno ritrarre mentre tengono in equilibrio la Torre Pendente?!); oppure che se ne tornano a casa con la miniatura della Tour Eiffel in piombo dorato o la gondola a batteria in valigia. Turisti, al pari di coloro che, giunti in un paese straniero cercano affannosamente un ristorante italiano – che di italiano conserva, probabilmente, solo il nome – in cui andare a mangiare tutti i giorni, poiché di provare le specialità culinarie locali non se ne parla proprio.
Nessuno s’offenda però. Come in ogni cosa, alcuni sanno viaggiare, altri sono ‘negati’. Non è assolutamente una colpa. Ma un pizzico di attenzione, di preparazione in più non guasterebbe. Giochereste un inning di baseball senza conoscerne le regole principali? Non credo. Al pari di uno sport, anche il viaggio ha le sue, poche, semplici regole: se conosciute e rispettate possono prevenire molte delle brutte figure che sovente si vedono.
Un consiglio: viaggiate per scoprire il mondo, per arricchire la vostra anima, per ampliare i vostri orizzonti, non solo geografici. Viaggiate per voi stessi e non per parenti ed amici che, rosi dall’invidia, ammireranno i vostri scatti. Le migliori fotografie sono quelle incise dentro di voi, legate indissolubilmente ai ricordi, ai profumi, ai sapori, alle sensazioni, alla magia di una terra straniera.
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Luca Bortone
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giustissimo! evito viaggi guidati e preparati dalle agenzie, dove si vedono solo le cose che si vogliono far vedere e far credere agli stranieri. esperienze uniche quelle in cui si entra in contatto diretto con i cittadini del posto, con la loro cultura, le loro usanze, le loro abitazioni,… mi piace anche quando sento persone lontane, e chiedo loro “che ore sono da te??” e m’immagino intanto com’è la vita la, cosa e come fanno queste persone, la loro vita…diversa dalla mia qui…
sono completamente d’accordo!
come diceva Herman Hesse “Viaggiare deve comportare il sacrificio di un programma ordinario a favore del caso, la rinuncia del quotidiano per lo straordinario, deve essere strutturazione assolutamente personale alle nostre convinzioni.”