luniverso

Vertice sul clima a Copenhagen: un’intesa globale?

di Saffia Shaukat • scritto il 8 dic 2009 • pubblicato in: Edizione Online - Ultime

Vertice Copenhagen 2009

È iniziato il 7 dicembre il vertice che vede riunirsi le maggiori potenze mondiali per poco più di una decina di giorni a Copenhagen con lo scopo di stabilire delle nuove priorità ambientali valide fino al 2020. L’operazione non sarà facile visto che le condizioni del nostro pianeta si sono modificate radicalmente e molte difficoltà sono state ereditate dagli accordi passati.

Ma da dove dovranno ripartire i rappresentanti dei 192 stati? Quali sono state le conseguenze dei celebri accordi di Kyoto del 1997?

Innanzitutto è doveroso precisare che la Convenzione adottata a Rio de Janeiro nel 1992, aveva innanzitutto come obiettivo quello di evitare una trasformazione da parte dell’uomo dell’evoluzione climatica naturale. Questo ha portato, a Kyoto, 38 paesi a definire un tasso del 5.2 % rispetto al 1990, di emissione di gas responsabile dell’effetto serra dal 2008 al 2012.

Per il professor Yohan Ariffin però, specialista di negoziazioni climatiche e professore dell’Istituto di studi politici ed internazionali di Losanna, la grande novità del Protocollo è stato in realtà quello di instaurare dei meccanismi di “flessibilità” per ridurre i costi di questa limitazione. Questi meccanismi infatti attribuiscono agli Stati delle quote di emissione di gas, le quote però possono essere vendute a paesi in difficoltà ma anche ottenute grazie a progetti di sviluppo sostenibile all’estero. Il problema di questo sistema risulterebbe nel mancato stimolo agli stati a ridurre le proprie emissioni nel caso la costruzione di un progetto all’estero si rivelasse più conveniente. Oltre a ciò, rimane evidente il peso della mancata ratifica del trattato da parte degli Stati Uniti

Oggi, a Copenhagen, si dovrà tenere in conto la posizione dei paese “ in via di sviluppo” che criticano la “governance” climatica. I costi addizionali per adeguarsi al riscaldamento climatico , associato alla vendita a prezzo ridotto di tecnologia di qualità discreta da parte di paese industrializzati sarebbe infatti una nuova forma di un imperialismo verde.

Oltre alle questioni politiche abbiamo però anche nuove forme di inquinamento che vengono prese in conto. Un esempio è quello l’energia grigia, legata direttamente al consumo di beni importati: in Svizzera, calcolando queste immissioni indirette, ci dice il prof. Ariffin, le 6 tonnellate di CO2 prodotte sul territorio elvetico diventano ben 18!1

Concludendo, è difficile credere all’efficacia e all’equità di questi summit in materia ambientale. Rimane però il fatto che no c’è alternativa alla risoluzione di queste problematiche, in quanto i combustibili fossili ora utilizzati saranno in un futuro no troppo lontano consumati. Nuove vie dovranno essere percorse certamente, ed aspettando una riconversione energetica, la vera questione pare rimanere il dividersi delle spese.

1Per più informazioni consultare l’articolo di Sandrine Perroud, “De Kyoto au sommet de Copenhagen”, Uniscope, Unil, Novembre 2009.

Articoli (forse) correlati:

Condividi:
  • Facebook
  • MySpace
  • Live
  • RSS
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Add to favorites
  • del.icio.us
Taggato come: , , ,

Saffia Shaukat
Scrivi all'autore

Un commento »

  1. Nonostante tutto, l’Europa è riuscita a stanziare 7,2 miliardi di euro (2,4 miliardi di euro che moltiplicati per tre fanno i 7,2 miliardi ricavati dai 27 paesi europei), destinati ai paesi poveri ad affrontare i cambiamenti climatici.
    La Svizzera ha proposto una tassa mondiale basata sul principio <>. Consentirebbe di raccogliere 48 miliardi di dollari all’anno da ridistribuire soprattutto ai paesi in via di sviluppo. La presidenza svedese di turno si è impegnata per strappare ad ogni paese dei contributi. Non è stato facile perchè gli impegni del <> (avvio rapido) per il periodo 2010-2012 sono volontari e vanno trovati nelle pieghe dei bilanci nazionali.
    Il contributo più generoso l’ha stanziato la Gran Bretagna con 1.600 milioni. La Francia e la Germania si sono impegnate con 1.260 milioni di euro ciascuno. Vi hanno partecipato anche i paesi dell’est, la cui ricchezza procapite è molto più bassa della media europea. I due terzi restanti dovranno essere messi sul tavolo dagli USA e dal blocco degli altri Paesi sviluppati, tra cui Canada e Giappone.
    I leader hanno concordato di confermare l’offerta di portare dal 20 al 30% l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2020 rispetto ai livello di trent’anni fa. L’offerta degli USA (-17% rispetto al 2005) equivale appena un quinto di quella europea.
    Le associazioni ambientaliste hanno criticato le conclusioni del vertice di Bruxelles perchè poco ambiziose. Greenpeace sostiene che l’Europa ha fallito l’obiettivo di portare dal 20 al 30% le riduzioni di gas ad effetto serra entro il 2020, rispetto al 1990. Il responsabile di Greenpeace ribadisce che <>.
    Le trattative per ridurre le emissioni di gas a effetto serra per ora hanno partorito solo tracce per i successivi incontri ministeriali. Mancano gli obiettivi concreti e gli impegni Paese per Paese.
    Durante questa settimana di trattazioni, il summit ONU ha partorito due documenti, uno sotto la Convenzione ONU sul clima, l’altro sotto il gruppo del Protocollo di Kyoto.
    Tra le novità principali l’indicazione di fermare la corsa al rialzo della temperatura media a 1,5-2 gradi. Il compito più duro: quello di mettere nero su bianco gli obiettivi e scegliere tra le forbici di riduzione del CO2 (le opzioni di riduzione vanno da un minimo del 50% a un massimo del 95% al 2050 rispetto ai livelli del 1990).
    Molti capitoli sono ancora da scrivere e compaiono in corsivo tra parentesi quadre. Vi è un appello a prolungare il protocollo di Kyoto fino al 2020. La tabella delle quantificazioni Paese per Paese è ancora in bianco.

Rispondi