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Una vita da ricercatore

di Isabel Indino • scritto il 11 mag 2009 • pubblicato in: Conferenze, Edizione Online - Ultime, EVENTI E SPETTACOLI, UNIVERSITÀ

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Il 14 Maggio si terrà la Giornata della dedicata dal Fondo Nazionale alla Svizzera italiana. Ma cosa significa essere un ricercatore? Molti pensano che l’attività di professori e assistenti sia solamente legata alle lezioni date durante i corsi. C’è invece un’intensa attività di ricerca dietro, che rimane spesso in ombra. Ma cosa vuol dire dedicarsi alla ricerca? Abbiamo posto alcune domande in proposito a Gabriele Balbi, dottorando all’Università della Svizzera Italiana.

Cosa vuol dire dedicarsi alla ricerca? Com’é nata la sua voglia, da “semplice” studente, di continuare in modo approfondito gli studi?
Il lavoro accademico si divide in due fasi principali, che a mio avviso sono intrecciate: la didattica e la ricerca. Dedicarsi alla ricerca comporta un duplice impegno: il costante aggiornamento sulle pubblicazioni scientifiche relative al proprio settore di studi e l’applicazione sul campo di questo armamentario metodologico. Al fine, se possibile, di pubblicare i risultati conseguiti. Per spiegare cosa vuol dire per me dedicarsi alla ricerca porto l’esempio del mio dottorato sulla storia del telefono in Italia tra Otto e Novecento. In una prima fase, ho dovuto raccogliere e analizzare a fondo la letteratura sul tema della storia della telefonia e delle telecomunicazioni. Poi ho formulato una precisa domanda di ricerca, sulla base di queste letture e della letteratura sulla storia della tecnologia e dei media: mi sono insomma focalizzato su una serie di aspetti, di relazioni che volevo individuare e far emergere nel mio lavoro. A quel punto ho avviato la fase che, per uno storico, credo sia la più affascinante: il rinvenimento delle fonti. Questo mi ha portato a passare intere giornate alla Biblioteca della Camera, alla Biblioteca del Ministero delle Comunicazioni e all’Archivio di Stato a Roma, alla Biblioteca Nazionale di Firenze e in molte altre istituzioni. Qui ho scavato in fondi e pubblicazioni polverose, che penso mi abbiano lentamente aiutato a comprendere lo “spirito del tempo” in rapporto alla telefonia. Non vanno dimenticati anche tutti i rapporti di amicizia e di conflittualità che ho instaurato con i vari archivisti: una dolce battaglia per la conquista del “documento”. C’è stata poi una fase di lettura dei materiali e di “costruzione” di un reticolo di temi e argomenti che ho poi utilizzato nella fase di scrittura.
Sono stato studente presso l’Università degli studi di Torino e ricordo con precisione il momento in cui ho capito che il mondo della ricerca poteva diventare il mio: durante la scrittura della tesi di bachelor ho capito che il mio interesse era approfondire lo studio dei fenomeni storico-sociali legati alla comunicazione, andare oltre il senso comune.

Lei ha ricevuto una borsa dal Fondo Nazionale grazie alla quale è stato Visiting Fellow ad Harvard. Come ha vissuto questa esperienza?
È stata un’opportunità e un’esperienza straordinaria. Il Visiting ad Harvard è stato decisivo nella strutturazione della mia tesi e delle mie ricerche per diversi motivi: ho seguito corsi stimolanti sulla storia della tecnologia e dei media, ho potuto confrontarmi per ore con docenti che fino a quel momento avevo solo letto, ho stretto amicizie con altri dottorandi e ricercatori del mio e di altri settori di ricerca (capendo anche quali fossero i “temi caldi” nella ricerca scientifica), ho potuto usufruire del sistema bibliotecario dell’università (che è sterminato, stimolante, totalmente assorbente). Insomma, un’esperienza che auguro ad ogni ricercatore.

Che consiglio darebbe ad uno studente che si interessa alla ricerca? Quali sono le soddisfazioni che questo genere di attività può offrire?
Il mondo della ricerca scientifica penso sia quasi una “vocazione”. Occorre avere costanza, capacità di auto-gestione, volontà di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, ma soprattutto grande passione. Ci sono momenti duri, battaglie a volte perse (penso al rifiuto di qualche articolo da parte di una rivista), ma credo sia fondamentale non perdere mai entusiasmo e volontà di lavorare duro. Le soddisfazioni sono grandi per chi ama questo mestiere: pensi soltanto al fatto che, con una ricerca, lei sostenga, scopra, venga a conoscenza di storie, aspetti, teorie che prima non erano state formulate o che non erano mai state applicate a quel settore, a quella realtà sociale. Anche se la cosa è difficile, se dovessi illustrarle 3 qualità del buon ricercatore direi: volontà, capacità di stupirsi, passione totale.

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