Divertire o di-vertere?
di La maschera • scritto il 17 dic 2009 • pubblicato in: CULTURA E SOCIETA', Edizione Online - Ultime
Cominciamo con quello che concerne l’aspetto etimologico del termine: divertire, i cui fratelli di radice sono divertimento, diversione, diverticolo e diverso. Ma sillogismi a parte si è perduto il vero significato della parola “divertimento”. È rimasto solo il fratello ribelle, di-vertere, ossia distogliere dai problemi. Ma il divertimento, punta di diamante di uomini come Wilde, Chaplin, Carrol, passando per Shakespeare si stanno affievolendo man mano. Credo che fu Keaton che una volta sentenziò: “Far ridere è una cosa seria”.
Proprio qualche giorno fa mi è capitato di inoltrarmi in una discussione sulla metodologia, più o meno affinata, del mio interlocutore per definire se un film fosse buono o meno: deve divertirmi, sentenziò. Io, confesso, fui colto piuttosto alla sprovvista vista l’affermazione tanto puerile da un uomo che puerile non pareva, ma riflettendoci quell istante, capì che probabilmente la risposta conteneva più strati di quanti ne avessi colti tutta prima. Allorché chiesi cosa significasse esattamente per lui “divertire”. Lui, facendo spazio nelle orbite allo stupore rispose candidamente: “Far ridere, no?”.
Ecco. Ciò che vorrei esprimere, in queste poche macchie, non è una critica, un’additata o un’invettiva sociale ma un semplice rammarico nei riguardi di quest’arte, forse non caduta in declino, ma sempre più occultata, dove “divertire” era un mezzo potente, una chiatta dove poter caricare insegnamenti e morali, in cui il riso era uno dei tanti remi che servivano a spostarla. La cosiddetta “commedia brillante” con Capra, Cukor, Lubitsch fu un momento di grande rigoglio in questo senso. Quando mi capita di vederne uno rido, certo, ma una volta finito il film qualcosa non è più lo stesso, qualcosa è cambiato, non si sa bene cosa, ma c’è. E forse, non è nemmeno importante che ce se ne renda conto consciamente. Qualsiasi cosa sia farà il suo corso e si farà strada col tempo. Ora, purtroppo, è raro trovarne uno così. Allen con l’ultimo “Whatever Works” ci ha fatto respirare aria buona, ma è Allen.
Concludo consigliando per chi non l’avesse ancora letto e si trovasse, così, accidentalmente d’accordo un libro figlio della corrente di libri “divertenti” che ho testé terminato di leggere. “Il nome della rosa”, di Umberto Eco. Temuto da molti, adorato da altri, conosciuto da tutti. Superato lo scoglio delle prime pagine, ci addentra in un mondo in cui il riso nasce dal nervosismo e la paura dall’assurdo. Un consiglio? Prendete l’edizione con le postille, assolutamente magnifiche. Buon divertimento.
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