Spy-Facebook: Quando il social network ti si ritorce contro
di Luca Bortone • scritto il 25 nov 2009 • pubblicato in: CULTURA E SOCIETA', Edizione Online - Ultime
Ritratta sorridente, spensierata e rilassata nelle fotografie pubblicate sul social network più celebre al mondo? “Bene, sei guarita! Puoi tornare al lavoro”.
È la disavventura capitata ad una donna ventinovenne canadese, che si è vista sospendere l’erogazione dell’assegno di malattia poiché i solerti investigatori della compagnia, presso cui era assicurata, si sono imbattuti in alcuni scatti “compromettenti” mentre scandagliavano il suo profilo in Facebook.
La giovane che, dopo esser stata costretta a lasciare il posto di lavoro per colpa di una grave depressione, percepiva mensilmente (da quasi due anni) un’indennità per l’inabilità al lavoro, è caduta vittima del social network. Nelle immagine caricate in rete, infatti, è sempre sorridente: mentre festeggia il proprio compleanno o si gode il sole su una spiaggia esotica o assiste ammirata ad uno spettacolo di stip-tease. «La vacanza mi è stata consigliata dal medico.», si difende la canadese, intervistata dalla CBC. «In quei giorni sono stata meglio. Ma la depressione non mi ha abbandonata.»
Migliaia di internauti si sono immediatamente schierati con la ragazza, sommergendo di messaggi solidali la casella di posta elettronica del network pubblico e criticando senza risparmio la compagnia assicurativa. Secondo l’avvocato della ventinovenne, prima di prendere una simile, drastica decisione, sarebbe stato corretto avvalersi del parere esperto di uno psichiatra. «Facebook», così il legale, «non è il mezzo più adatto per giudicare lo stato mentale di una persona». Il portavoce della compagnia, dopo aver confermato che i suoi ispettori utilizzano regolarmente Facebook quale fonte d’informazione sui clienti, ha precisato di essere in possesso di altre prove che giustifichino ampiamente il provvedimento preso.
Si consoli, la canadese. Non è né la prima né sarà l’ultima vittima dei social network. Fra licenziamenti a causa del troppo tempo passato a navigare anziché a lavorare, storie d’amore finite in frantumi per colpa di una sconveniente tag di troppo, pazienti costretti sul lettino dello psicologo poiché dipendenti da Facebook e simili (gente che, per intendersi, riduceva mentalmente ogni suo pensiero a non più di 140 caratteri, affinché fosse pubblicabile su Twitter & Co.) e negate assunzioni per via di un profilo su Facebook che proprio non convinceva i responsabili di questo o quell’ufficio Risorse Umane, la lista dei caduti è lunga e destinata ad allungarsi. Per non parlare di tutti i contatti veri, umani, che vengono persi o sciupati perché sostituiti dai loro “cugini”, freddi e incorporei, composti da avatar, tag, poke, commenti alle fotografie e mute risate soffocate in onomatopee da tastiera.
Aprire un profilo in Facebook, pubblicare fotografie e/o pensieri sul wall degli amici, aderire ad ogni gruppo si desideri è – al momento – molto cool e in. Con prudenza però. L’incidente è sempre in agguato dietro l’angolo. Ricordate quindi di indossare il casco (rigorosamente virtuale), e limitate l’accesso alle vostre informazioni più intime solo alle persone che davvero vi sono amiche. È facile, rapido e… evita un sacco di guai.
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Luca Bortone
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