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La mobilitazione persiste: tra università e mercato

di Saffia Shaukat • scritto il 30 nov 2009 • pubblicato in: CULTURA E SOCIETA', Edizione Online - Ultime, UNIVERSITÀ

 

In questi giorni le occupazioni e le mobilitazioni nelle università svizzere, sulla scia del fenomeno in Austria ed in Germania, sembrano moltiplicarsi. Alla fine, anche presso l’università di Losanna gli studenti si sono mobilitati e dopo i primi giorni, segnati da riunioni quasi segrete e distribuzione intensa di volantini, mercoledì 25 Novembre è stata organizzata un’assemblea generale degli studenti. È durante quest’ultima, attraverso una votazione, che gli studenti losannesi hanno preso la decisione di occupare (fino a nuovo avviso) la più grande aula del palazzo delle scienze umane.

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Che cosa rappresenta innanzitutto questo gesto? E quali sono le argomentazioni di questa protesta
Prima di cercare di comprendere le motivazioni che hanno spinto questi studenti alla “mobilisation” è necessario spendere qualche parola sul significato di occupazione. Questo gesto infatti trascina con sé molti sentimenti di natura differente: si passa dallo studente rivoluzionario entusiasta, difensore della linea “dura”, allo studente più prudente che preferisce utilizzare i canali di dialogo più classici.
L’occupazione è spesso ritenuto un metodo “maleducato” che ha come risultato solo quello di rendere impossibile la vita a professori ignari che trovano, la mattina alle 8:00, l’aula occupata. In realtà, questo gesto può anche essere interpretato come una dimostrazione di forza, di affermazione rispetto ai piani alti, un grido per farsi sentire e che sottolinei la serietà e soprattutto, l’urgenza, delle proteste in corso.

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La natura di questo sollevamento studentesco si colloca a tre diversi livelli. Tenendo conto dell’organizzazione specifica delle università, gli studenti sono attenti a riferirsi alla situazione particolare dell’università di provenienza cercando quindi di curare la concretezza delle rivendicazioni. È solo la rivendicazione che parla alla realtà quotidiana degli studenti che può attirare altri colleghi e che può sperare di vedere il movimento risolversi in un miglioramento dell’esperienza universitaria.

Il secondo livello di mobilitazione è quello federale. La difficoltà principale, in questo caso , è quella di creare dei legami duraturi con esponenti di altri movimenti, paragonare le problematiche, e trovare dei punti in comune da portare avanti. Questo diventa ancor più complicato se pensiamo quanto sia difficile mantenere alta la partecipazione a questi movimenti a lungo nel tempo permettendo a tutte le università elvetiche di muoversi al contempo. In questo caso si parlerà di problemi di accessibilità allo studio superiore di studenti lavoratori attraverso la rivendicazione della gratuità degli studi e dell’abolizione della clausola del “double echec”.

È il terzo livello che, in questa sede, mi interessa però di più. Le proteste di questi giorni infatti, non si limitano alle rivendicazioni locali o federali ma colgono al dimensione internazionale, od europea, del malessere.

Come gli altri settori della vita sociale, il sistema educativo è marcato dalla pressione di una logica economica che esige sempre più di produttività, selettività e concorrenza. Nel processo decisionale che ha stabilito Bologna, si trovano infatti le influenze di attori economici importanti, tra i quali si può individuare l’associazione svizzera dell’industria e del commercio: Economiesuisse. Quest’ultima ha infatti indicato, nel suo dossier annuale, come prima delle sue priorità del 2012 la formazione. Lunedì 23 novembre il direttore, Pascal Gentinetta ha detto infatti che bisogna “tenere in considerazione l’esistenza di un supermercato mondiale dei migliori studenti. (..) La ricerca e l’innovazione devono svilupparsi insieme all’economia privata.”

Questa vicinanza con il mondo economico si può già individuare nei diversi rapporti dei gruppi di pressione industriali alla fine degli anni Ottanta. In questo senso Bologna appare solo un degli strumenti di una logica che affonda le sue radici ben prima nel tempo.

A livello strutturale, i cambiamenti sono visibili nell’organizzazione degli studi e nel sistema duale che prepara gli studenti meno favoriti economicamente a rispondere più rapidamente ai bisogni dell’economia. Inoltre, come dice lo storico Hans Ulrich Jost a proposito del sistema di Bologna: “Vediamo uno sviluppo di molte scuole che si dicono poli di competenza in rivalità feroce per assicurarsi i sussidi distribuiti dalle istanze manageriali della Confederazione.”

Inoltre è da ribadire il pericolo dei finanziamenti privati delle imprese per quel che riguarda la ricerca. Essi infatti prediligono la ricerca applicata, che permette alle imprese di aumentare direttamente i guadagni. La sottomissione della ricerca a questa logica impedisce lo sviluppo della ricerca pura, che non ha prevedibili risultati e che spesso appare “inutile” agli attori economici dipendenti che scelgono ‘assegnazione dei fondi secondo il concetto di produttività.

Questo criterio influenza anche il metodo di lavoro dei ricercatori e dei professori, che, stressati per produrre publicazioni (quasi unico criterio di valutazione del loro lavoro) non riescono a curare la qualità dell’insegnamento: la preziosa trasmissione del sapere. Più specificatamente l’insegnamento è definito, nei criteri di valutazione delle facoltà, come attività “improduttiva”.

Una delle conseguenze dirette di questa logica aziendale è che essa si insinua nelle coscienze degli individui impedendo loro di ritenersi degli attori in seno alle proprie università. Una mentalità consumistica ed individualista si sviluppa allora in parallelo alla presenza delle aziende e dei loro simboli tra i muri delle università, come riflesso della realtà della nostra società. L’università diventa dunque una fabbrica “produci-diplomi”, i quali dovrebbero solamente assicurare un posto di lavoro, un posto nel sistema produttivo.

Concludendo, mi sembra importante far notare la necessità di un ritorno ad alcune questioni fondamentali: qual è lo scopo dell’università? Qual’è il suo ruolo nella società? Che ne è infine, dell’importanza della formazione dello spirito critico per tutti, per lo sviluppo di una società civile consapevole? Vi lascio con questi spunti di riflessione nella speranza di coinvolgervi nei dibattiti dei prossimi giorni.

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Saffia Shaukat
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5 commenti »

  1. Voir http://www.comite.ch/cms/

  2. Fianalmente oggi si è riusciti, con il consenso, a spostare l’assemblea generale al 1129. Auditorio più piccolo i cui corsi sono molto più facilmente spostabili. Lo scopo dei dibattiti non ê assolutamente quello di disturbare altri studenti, bisogna però riuscire a mantenere un luogo importante, visibile e accessibile a un numero considerevole di studenti. L’assemblea generale oggi ha deciso per un movimento innanzitutto a lungo termine, e studentesco. Studenti di Hec hanno espresso il loro apprezzamento per questa evoluzione.

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