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	<title>L&#039;universo</title>
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		<title>Sotto la lente del pubblicitario: I ragazzi dei carceri minorili e le comunità di recupero</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:59:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Edizione Online - Ultime]]></category>
		<category><![CDATA[Arianna Fareri]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/17/05/2012/sotto-la-lente-del-pubblicitario-i-ragazzi-dei-carceri-minorili-e-le-comunita-di-recupero/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-05-2456053-alle-19.24.41-300x187.png" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="Schermata 05-2456053 alle 19.24.41" /></a>Di Arianna Fareri In occasione del Derby Inter – Milan del 6 maggio 2012 è stato proiettato, sui maxi schermi del Meazza, uno spot a sfondo sociale “Kayrós, è il momento: giochiamo”, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione nei confronti della comunità di  recupero milanese Kayròs, fondata da Don Burgio. L’evento è stato reso possibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-05-2456053-alle-19.24.41.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6791" title="Schermata 05-2456053 alle 19.24.41" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-05-2456053-alle-19.24.41-300x187.png" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
<p>Di Arianna Fareri</p>
<p>In occasione del Derby Inter – Milan del 6 maggio 2012 è stato proiettato, sui maxi schermi del Meazza, uno spot a sfondo sociale <em>“Kayrós, è il momento: giochiamo</em>”, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione nei confronti della comunità di  recupero milanese Kayròs, fondata da Don Burgio.</p>
<p>L’evento è stato reso possibile grazie all’aiuto e alla disponibilità dell’Ambito Sociale F.C. Internazionale Milano.</p>
<p>Bruno Pizzul e Maria Teresa Ruta hanno recitato nello spot con i ragazzi dell’ex carcere minorile Beccaria. Lo scopo era di far conoscere il cammino di questi ragazzi considerati “a rischio”, che vengono rintrodotti nella società dopo un periodo passato in carcere, o mandati presso i servizi sociali per essere accompagnati in un percorso educativo/ lavorativo.</p>
<p>Nella pubblicità i giovani entrano in campo come se dovessero giocare una comune partita di calcio, in realtà ciò che affronteranno sarà il proprio futuro.</p>
<p>Si vuole dare a questi ragazzi una seconda possibilità. Hanno ancora una vita davanti, possibilmente diversa da quella appena vissuta in carcere o in passato. Hanno ancora l’opportunità di essere educati e reinseriti nella società.</p>
<p>Regia e fotografia sono buone: una giornata di sole rende i colori brillanti e allegri, capaci di trasmettere speranza. Sullo sfondo è ritratto un campetto di calcio di un comune alle porte di Milano. Don Claudio Burgio è l’allenatore delle due squadre che si apprestano a giocare la partita, un coach che da anni allena questi ragazzi per la vita.</p>
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		<title>La recensione vincitrice di maggio &#8211; Giocate!</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:56:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Club del libro]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/17/05/2012/la-recensione-vincitrice-di-maggio-giocate/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/giiocate-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="giiocate" /></a>di Tommaso Alemanno – Università della Svizzera Italiana, Comunicazione Franco Bolelli, Giocate!, ADD EDITORE, 2012, pg.77 &#160; Niente è più importante che crescere il tuo bambino con fierezza, fiducia, coraggio, carattere, generosità. &#160; Franco Bolelli, eclettico filosofo contemporaneo milanese, torna a scrivere dopo aver pubblicato assieme a Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti Viva Tutto!: un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tommaso Alemanno – Università della Svizzera Italiana, Comunicazione<a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/giiocate.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6784" title="giiocate" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/giiocate-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Franco Bolelli, Giocate!, ADD EDITORE, 2012, pg.77</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Niente è più importante che crescere il tuo bambino con fierezza, fiducia, coraggio, carattere, generosità.</em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Franco Bolelli, eclettico filosofo contemporaneo milanese, torna a scrivere dopo aver pubblicato assieme a Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti <em>Viva Tutto!</em>: un libro redatto a quattro mani, frutto dello scambio di email tra il pensatore e il cantante, che parla di vita, di ciò che vale la pena fare, e di tutto ciò di bello e che c’è da apprezzare, una sorta d’inno alla vita insomma.</p>
<p>Ma stiamo parlando di <em>Giocate!</em>, libricino minuto che a prim’occhio può sembrare una pubblicazione di poco valore, con poco contenuto, ma che invece in realtà al suo interno nasconde un’universo. Aprendo il libro di Bolelli troviamo l’universo dal quale tutti siamo passati -da figli, bambini, scolaretti ecc.- e che ora magari non ci riguarda direttamente o magari invece si, che magari vi saremo confrontati più tardi o che invece per alcuni no. Ma anche se non abbiamo intenzione di diventare genitori, queste pagine possono fornire un’importante lettura e punto di vista, per quel periodo che è stata la nostra infanzia e da dove tutto è cominciato.</p>
<p>L’autore propone una sorta di consigli o regole -a dipendenza da come si vuole impostare la chiave di lettura-, organizzati in dieci capitoli suddivisi in “dieci comandamenti”. Ed è bello ritrovare scritto su carta attraverso i pensieri di un filosofo, quello che abbiamo già pensato, ritrovarsi e ricevere delle conferme su come l’educazione di un bambino non debba passare soltanto attraverso delle regole ferree e ormai ben consolidate, ma che anche la forma del gioco proprio come dice il titolo, il responsabilizzare lasciando spazio alla scoperta, facendo accrescere un senso di sicurezza, rafforzare il senso di sé e coltivare il coraggio, viziando ma non viziando, lasciando in ogni caso scegliere, risultano vincenti per la crescita dell’individuo.</p>
<p><em>“Ai bambini si dice di solito &lt;studiate, imparate!&gt;: giusto, ci mancherebbe. Peccato che generalmente lo dica gente poco capace di rendere minimamente appassionanti lo studio e la cultura.</em></p>
<p><em>Io dico &lt;giocate!&gt; proprio perché ogni cosa importante –lo studio, le imprese, i valori, le responsabilità- è appassionante e vitale, e si merita occhi che brillano e sensi accesi”.</em><strong><br />Articoli (forse) correlati:</strong>
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		<title>Franco Trentalance &#8211; Quando il lavoro è mia passione&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 07:37:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Edizione Online - Ultime]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Nucci]]></category>
		<category><![CDATA[intervista a franco trentalance]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/16/05/2012/franco-trentalance-quando-il-lavoro-e-mia-passione/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/trentalance24-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="trentalance24" /></a>Intervista a Franco Trentalance a cura di Antonio Nucci Come, quando e perché ha iniziato a lavorare in questo ambiente? Perché è semplice e complicato allo stesso tempo, nel senso che io volevo fare della mia più grande passione che è ed era il sesso una professione. Volevo diventare un professionista nella cosa che mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intervista a Franco Trentalance a cura di Antonio Nucci<a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/trentalance24.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-6776" title="trentalance24" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/trentalance24-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" /></a></p>
<p><strong>Come, quando e perché ha iniziato a lavorare in questo ambiente?</strong></p>
<p>Perché è semplice e complicato allo stesso tempo, nel senso che io volevo fare della mia più grande passione che è ed era il sesso una professione. Volevo diventare un professionista nella cosa che mi appassionava di più. Nessuno ci pensa, ma è semplicissimo. Esattamente come uno sportivo, un pittore, un ballerino, un architetto, un cuoco volevo fare della mia passione un mestiere. Tutto qui. A quel punto rimanevano due strade: o il pornoattore o il gigolò, però il gigolò che io sappia non va proprio solo con le donne e poi la qualità del sesso è tutt’altro che garantita. Cosa che del porno non si può dire, per quanto viziata dalle telecamere, dalla presenza di altre persone, come performance pura è di qualità, come del resto la presenza estetica delle ragazze. Quando è stato sedici anni fa e come, per tante cose della vita, è stato per metà voluto e per metà casuale. Metà voluto perché avevo questa intenzione e il come è stato un po’ casuale. Sintetizzando, io ero fidanzato con una spogliarellista che, a suo tempo, voleva fare l’attrice hard per proporre meglio il proprio spettacolo, mi chiese di accompagnarla ad alcune fiere di settore piuttosto che alcune cene con registi e produttori. Ci lasciammo qualche tempo dopo, lei cambiò idea e non fece più nulla in relazione ai film hard e a me rimasero un po’ di contatti. “Mmh, quasi quasi una telefonatina…”.</p>
<p><strong>Perché viziato?</strong></p>
<p>Se a me oggi chiedessero se volessi andare con Monica in privato o con Angel, Dark, Niki, Blonde tutte insieme (che è un bel menu) davanti a una telecamera? La mia risposta sarebbe che preferirei approfondire la commessa del negozio in privato. Perché privato è meglio, perché è comunque un disturbo avere gente intorno, poi te ne fai una ragione perché il lavoro è quello. Io non sono esibizionista quindi me lo sono fatto piacere nel tempo, però l’idea di avere dieci, quindici persone attorno che ti dicono come fare, quando farlo e così via, ne potrei fare anche a meno.</p>
<p><strong>Com’è l’ambiente del cinema porno in Italia?</strong></p>
<p>L’ambiente, come tutti gli ambienti lavorativi del mondo, puoi incontrare delle persone in gamba o degli autentici incapaci. Puoi trovare dei bravi professionisti come dei cialtroni. Io ho avuto la fortuna di lavorare sempre con produzioni di serie A e ho incontrato persone molto in gamba. Non c’è nulla di particolarmente perverso, anzi, per assurdo, nella mia esperienza, che seguendo la teoria del “ti pago per fare sesso” che gli equivoci sono praticamente inesistenti. Al contrario di tanti altri settori. In più nel porno non è mai esiste il vero “shobiz” e quindi, tranne qualche rara eccezione, non è una fucina di star. Ti faccio andare a Striscia la Notizia e per fare la velina devi fare sesso con dieci dirigenti, così per dire, per avere un cambio merce. Nel porno no. Ci sono pochissime star e, nei casi particolari come me, Moana Pozzi a suo tempo, è stato casuale. Non essendoci tutto questo dietro cadono i presupposti per dei compromessi non proprio chiari.</p>
<p><strong>Lei ha lavorato in Italia, in Europa o anche in America? </strong></p>
<p>Non mi è mai interessato lavorare negli Stati Uniti, in parte perché non ho il mito dell’America, in parte perché ho sempre trovato tanto lavoro in Europa, quindi non ho mai avuto lo stimolo. È come se si chiedesse a Ligabue se volesse essere celebre negli Stati Uniti. Il successo è un valore assoluto. Sei il campione di bocce di Cusano Milanino e hai fatto della tua passione un mestiere. Sei una persona di successo. Non sei soddisfatto solo se sei mondiale. Deve bastare a se stessi.</p>
<p><strong>Il mercato del porno si sviluppa verso che genere di clientela? Donne, uomini?</strong></p>
<p>L’uomo è più vouyer per definizione. L’uomo guarda. Anche quando si fa sesso, in ogni posizione l’uomo riesce a vedere la penetrazione. La donna, per assurdo, no. Anche mentre lo fa. All’uomo è sufficiente guardare. La donna se usufruisce della filmografia hard lo fa più sotto il punto di vista tecnico, soprattutto le ragazze giovani. Lo guardano per ispirarsi.</p>
<p><strong>Cosa ne pensa invece della larga diffusione della pornografia gratuita su internet? </strong></p>
<p>Il cinema porno ne risente moltissimo. Un film costa relativamente poco: se vogliamo fare una media per un prodotto di qualità già finito, quindi montato e tutto, costa circa venti mila euro. Che è pochissimo se si pensa al fatto che, potenzialmente, potrebbe andare in giro per il mondo. Anche quella cifra però deve essere ripresa. Il mercato home video non esiste più. Al momento il porno in Europa è ai minimi termini. Quando i siti cominceranno a dare un prodotto in cambio di un abbonamento mensile, anche basso, sicuramente ci sarà una ripresa. Qualcuno lo sta facendo, ma deve essere fatta in tutto il mondo. È il problema analogo alla musica, al cinema.</p>
<p><strong>In che modo gli eventi (MiSex) che l’industria organizza vi aiuta a farvi conoscere?</strong></p>
<p>Il porno crea una popolarità di nicchia. Quelli che usufruiscono di questo loro prodotto hanno i loro idoli, uomini e donne, ma è una popolarità relativa. Chi è un appassionato di porno conosce attori, attrici, registi e così via. Chi guarda senza essere documentato non sa neanche come si chiamano i vari personaggi. La popolarità è poca, ma è a dipendenza del fruitore. Io mi accorsi di essere popolare quando a una fiera di settore ho sentito citare le frasi dei miei film, quei pochi che hanno una trama, come se fossero film come Harry Potter e così via. “Ti ricordi quella volta che facevi il poliziotto e dicevi…” e io neanche mi ricordavo.</p>
<p><strong>Un’esperienza che ti ha particolarmente colpito?</strong></p>
<p>È come nelle donne nel quotidiano in realtà. L’interessante è che non smetti mai di imparare. Io mi ero preso una cotta per una ragazza, di esperienza ne ho abbastanza, e ho preso una cantonata… Una ragazza molto bella, più giovane che parlava pochissimo. Stiamo insieme un mese e lei era brava, disponibile, sorridente e a letto andava tutto benissimo. Interpretavo questo silenzio come segno di maturità, credevo non parlasse a caso, che riflettesse. Dopo un mese inizia a parlare: un disastro. Errori di italiano, gaffe a non finire, battutacce, tutto fuori luogo. In 48 ore è finita. Con tutta la mia esperienza ho interpretato i suoi silenzi come profondità di carattere e invece era un’autentica stupida che stando zitta mascherava. Sul set è la stessa cosa. Io ho fatto 440 film. Sicuramente al 441esimo imparerò qualcosa di nuovo. La cosa che mi eccita ancora è che spesso vedi una ragazza che sul set arriva in jeans, scarpe da tennis e dopo un’ora, un po’ di trucco e l’abbigliamento giusto fa di tutto. Qui è il dilemma: meglio andare con una ragazza che fa sesso bene e che conosci già o provare il brivido della novità con una che magari ti intriga, ma non sai come lo farà? Quindi è meglio, usando una metafora automobilistica, l’usato sicuro o il nuovo a rischio? Io la risposta non la so ancora…</p>
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		<title>Reportage e Galleria fotografica &#8211; nel cuore delle carceri ticinesi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 22:19:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Edizione Online - Ultime]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Biondi]]></category>
		<category><![CDATA[la faretra lugano]]></category>
		<category><![CDATA[la stampa lugano]]></category>
		<category><![CDATA[reportage carcere lo stampino lugano]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/16/05/2012/galleria-fotografica-nel-cuore-delle-carceri-ticinesi/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/IMG_1428-150x150.jpg" class="alignleft tfe wp-post-image" alt="IMG_1428" title="IMG_1428" /></a>Le strutture carcerarie ticinesi sono quattro e si dividono tra carcere giudiziario (La Farera), carcere penale (La stampa) e due sezioni aperte (Lo Stampino e Naravazz). La Farera è il primo luogo in cui gli arrestati vengono portati  e nel quale si fermano per il primo periodo in attesa di giudizio. La sicurezza di questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Le strutture carcerarie ticinesi sono quattro e si dividono tra carcere giudiziario (La Farera), carcere penale (La stampa) e due sezioni aperte (Lo Stampino e Naravazz). La Farera è il primo luogo in cui gli arrestati vengono portati  e nel quale si fermano per il primo periodo in attesa di giudizio. La sicurezza di questa prima struttura è massima e le comunicazioni con gli altri detenuti o con l’esterno sono molto limitate per il rischio d’inquinamento prove. Subito accanto a La Farera si trova La Stampa che è il luogo in cui viene scontata la pena, una volta ottenuto il giudizio. Qui i detenuti svolgono attività di lavoro o scolastiche interne al penitenziario, possono cenare in gruppo, dispongono di più ore d’aria in compagnia degli altri detenuti. In casi di buona condotta, solitamente verso la meta’ della pena, il detenuto puo’ chiedere al giudice dei provvedimenti coercitivi di passare al carcere aperto Lo Stampino o al Naravazz. In queste strutture il regime è molto diverso: il detenuto gode di maggiore libertà e si avvicina sempre di più alle condizioni di vita dell’esterno. Accompagnati dal direttore delle strutture carcerarie ticinesi Fabrizio Comandini, abbiamo visitato La Farera, La Stampa e Lo Stampino per scoprire come funzionano e cosa succede al loro interno.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>La pioggia stava per travolgerci quasi completamente mentre con gli ombrelli spiegati salivamo la stradina asfaltata a doppia corsia per raggiungere il cancello de La Farera. La prima impressione è stata proprio come ce l’aspettavamo: una struttura di cemento grigio che si staglia contro il cielo grigio in una zona distante dal centro abitato. Prima ancora di suonare qualcuno dall’interno ci aveva già aperto il cancello automatico. Ci presentiamo all’accettazione lasciando il documento per l’identificazione.  Depositiamo negli armadietti quasi tutto quello che abbiamo con noi, al di fuori dei block notes e una macchina fotografica. Ci spiegano che è vietato portare all’interno qualsiasi strumento che possa essere utilizzato per comunicare con l’esterno e ogni tipo di oggetto potenzialmente contundente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La Farera </strong></p>
<p>Dopo esser passati sotto il metal detector per un’ultima verifica saliamo, accompagnati da un funzionario, al primo piano de La Farera, struttura che, oltre alle celle, ospita anche buona parte degli uffici amministrativi. Lì incontriamo alle prese con una stampante il direttore Fabrizio Comandini, sorridente, in abito marrone.  La nostra visita insieme a lui comincia al pian terreno dove troviamo i locali adibiti all’accoglienza della persona arrestata (che per esempio, può essere una persona colta poco prima in flagranza  di reato ed accompagnata lì da una volante, oppure per ordine del procuratore pubblico). Troviamo una grande stanza simile ad un garage con una saracinesca chiusa; da lì la persona entra nella struttura penitenziaria. Subito a fianco ci sono altre stanze, una dedicata alle prime formalità, una per la doccia e la vestizione, una per la schermografia. Da quel corridoio il detenuto, accompagnato dagli agenti di custodia, prende un ascensore che conduce ai piani delle celle. Saliamo anche noi nell’ascensore spazioso (nel quale notiamo anche una specie di “gabbia” di metallo) per raggiungere le celle. Nel lungo corridoio le celle sono disposte a gruppi di due; numerate e protette da una pesante porta azzurra. All’interno troviamo una stanza rettangolare (5 metri per 2 circa) con letto, comodino armadio e scrivania. La finestra è sbarrata. Il bagno non è separato dal resto della stanza quindi WC, lavandino e doccia sono proprio dietro alla testata del letto (la doccia in cella è una prerogativa de La Farera dove, si è detto, si cerca di limitare i contatti tra i detenuti). Questa struttura è pensata per ospitare separatamente al massimo 78 persone tra uomini, donne e minorenni per un periodo di tempo limitato prima del processo. Comandini ci spiega che qui la vita è dura perché la persona trascorre 23 ore al giorno su 24 da sola: colazione pranzo e cena sono serviti in cella e l’unico momento di contatto con gli altri avviene durante la cosiddetta “ora d’aria”. La solitudine può essere elusa nelle celle doppie, anche se tale vantaggio è controbilanciato dalla carenza di spazio. Mentre scendiamo le scale per lasciare La Farera e raggiungere la struttura adiacente, La Stampa, sentiamo un ragazzo chiamare il direttore a gran voce da una cella. Il direttore ci spiega che è una persona che necessita di cure psichiatriche. Continuiamo per la nostra strada.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La Stampa</strong></p>
<p>Tornati al pian terreno ci addentriamo in un lungo corridoio asettico. Pareti bianche e strette, neon, pavimento a piastrelle quadrate chiare, luci verdi a indicare l’uscita di sicurezza. Degli agenti di custodia ci aprono &#8211; una volta riconosciuto il direttore e i giovani accompagnatori &#8211; le porte chiuse a chiave che ancora ci separano da La Stampa. Alla fine del percorso troviamo uno spazio con alcuni tavoli di legno e un giardino: erba verde ed un albero in fiore, in questi spazi avvengono i colloqui tra i detenuti e i loro visitatori. Notiamo subito dall’architettura e dal mobilio che questa struttura è più vecchia di quella che abbiamo appena lasciato, infatti La Stampa risale al 1968 mentre La Farera è stata costruita nel 2006.</p>
<p>Alla fine del corridoio iniziamo a notare una densa presenza di agenti di custodia e numerosi portoni. Stiamo infatti per entrare nella zona di svago dei detenuti: un grande prato in parte sterrato, con passaggi coperti sui quattro lati. Due porte da calcio, un calcio balilla e tanti detenuti in giro. Sono infatti le 11.20 e i carcerati hanno preso un po’ di tempo dai lavori che stavano svolgendo per godersi l’ora di passeggio. Ci troviamo davanti una grande porta a sbarre che viene aperta da uno degli agenti. Ci portano a fare il giro del campo da calcio. Entriamo in palestra dove, al piano superiore, ci sono tutta una serie di pesi e panche. Ritorniamo in cortile e riprendiamo il nostro giro fino ad arrivare a uno degli angoli. Procediamo lungo l’ennesimo corridoio e ci si presenta davanti un segnale. Indica dove andare se si cerca la falegnameria o la tipografia. Ma non solo. Ci dice in che direzione si trovano alcune delle carceri più famose del mondo: Sing Sing, Guantanamo. Procediamo verso la falegnameria, dove non troviamo nessuno a lavorare, i detenuti sono rientrati nelle celle per il pranzo. Vediamo gli attrezzi ordinati, numerati, a portata di mano. Comandini nota il nostro sguardo un po’ perplesso e afferma che a La Stampa la fiducia nel detenuto è molto più alta rispetto a La Farera. Arrivati alla tipografia vediamo i lavori dei detenuti tra cui alcuni testi di diritto per il tribunale cantonale. “Se avete del lavoro da far fare, chiedete pure”. Afferma il direttore mentre ci dirigiamo verso le classi. “C’è sempre bisogno di lavoro qui. Quella è la cosa più difficile da trovare”. Usciamo e continuiamo a seguire il percorso del campo da calcio fino ad arrivare alla cappella. Entriamo e notiamo subito la grande croce cristiana in fondo alla sala. Guardiamo anche tutta una serie di quadri appesi alle pareti fatti dai detenuti e in alto la biblioteca con gli scaffali pieni di libri. Comandini ci spiega che c’è un frate cappuccino che viene ogni settimana a celebrare la Santa Messa e che, grazie a lui, la funzione è sempre piena. “Viene seguito anche dai non cattolici” ci dice. La cappella funge anche da luogo di culto per altre fedi. Continuiamo il nostro percorso e arriviamo a un altro angolo. Qui saliamo un piano di scale e arriviamo alle celle. Sono diverse da quelle de La Farera, più piccole perché i detenuti ci trascorrono meno tempo. Vicino a quella che visitiamo c’è la doccia. Passiamo a vedere una piccola cucina dove alcuni detenuti stavano chiacchierando. A La Stampa i detenuti possono prepararsi da soli da mangiare. C’è anche un telefono a gettoni che il detenuto può utilizzare a piacere. Scendiamo e veniamo riaccompagnati a La Farera. Lungo la strada vediamo il piccolo negozio dove, con i proventi del loro lavoro, i carcerati possono acquistare quello di cui hanno bisogno. La Stampa è piena di porte: per alcune è necessaria un’autorizzazione, per altre è necessario un dispositivo elettronico a disposizione degli agenti di sicurezza. Comandini ci dice che a La Stampa le sezioni non sono separate a seconda del reato commesso, ma tutti i detenuti sono insieme. Fatta eccezione per i reati a sfondo sessuale, separati dagli altri per la loro stessa sicurezza. Giunti all’entrata, da dove avevamo iniziato qualche ora prima, si conclude il nostro giro per il carcere. Riprendiamo i nostri effetti personali, usciamo e facciamo un respiro profondo. Ogni centimetro del carcere ti ricorda che “sei dentro”. L’aria ha un odore diverso.</p>
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		<title>Complementi &#8211; Intervista ad un detenuto del carcere Lo Stampino di Lugano</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 21:57:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/15/05/2012/complementi-intervista/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/detenuto-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="detenuto" /></a>&#160; A nemmeno un chilometro da La Farera e La Stampa si trova la sezione aperta Lo Stampino. Qui il detenuto trascorre gli ultimi periodi prima di tornare in libertà. L’idea è quella di consentirgli di trascorrere una vita simile, seppur con tutte le limitazioni del caso, alla vita normale. Qui non ci sono cancelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img title="detenuto" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/detenuto-300x235.jpg" alt="" width="300" height="235" /></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>A nemmeno un chilometro da La Farera e La Stampa si trova la sezione aperta Lo Stampino. Qui il detenuto trascorre gli ultimi periodi prima di tornare in libertà. L’idea è quella di consentirgli di trascorrere una vita simile, seppur con tutte le limitazioni del caso, alla vita normale. Qui non ci sono cancelli né telecamere in vista. Il clima è rilassato. A una prima occhiata si può subito notare che gli spazi sono molto più aperti e meno compartimentati rispetto alle altre due strutture. Un gatto sgattaiola veloce tra le mie gambe. Ci accomodiamo in una sala mentre l’agente va a chiamare dalla mensa il detenuto che ha acconsentito a rilasciare l’intervista. Ha alcune lettere in mano. Si siede. Sorride.</strong></p>
<p><strong>Da quanto tempo si trova qui?</strong></p>
<p>Sono stato all’inizio sei mesi in Farera che era, metaforicamente parlando, l’inferno, poi un anno e quattro mesi a La Stampa, che paragonerei al purgatorio, ed ora mi trovo qui che è senza dubbio il paradiso. Rimarrò qui ancora un anno.</p>
<p><strong>Com’è la sua «giornata tipo» a Lo Stampino?</strong></p>
<p><strong></strong>Distinguerei fra giorni feriali e festivi. Dal lunedì al venerdì vado a lavorare presso una piccola biblioteca nelle vicinanze. Io mi occupo di tutto quello che c’è da fare: prestito di libri, suggerimenti di lettura, scrivo recensioni e poi impartisco anche lezioni di italiano, inglese e francese a chi ha bisogno. La giornata finisce abbastanza presto… non me la sento di chiamarlo lavoro perché mi ricordo cosa voleva dire lavorare.. comunque, torno qui verso le quattro di pomeriggio. Poi si studia, si legge, si chiacchera, si telefona. Il sabato invece sono in licenza, quindi sono libero di uscire. La domenica la uso per fare le mie cose, studiare, leggere e “vedere” la mia famiglia su Skype…</p>
<p><strong>Come si viveva a La Farera e a La Stampa?</strong></p>
<p><strong></strong>Quando uno entra a La Farera gli crolla il mondo, perché vede che si sgretola tutto quello che ha costruito nella propria vita, non solo dal profilo economico ma anche da quello affettivo. Senti il rischio che la famiglia ti abbandoni, e tu da lì non puoi fare nulla, sei completamente da solo, chiuso in cella 23 ore al giorno. Non puoi parlare con nessuno, le guardie hanno l’istruzione di tenere un rapporto formale e… questo rende tutto più difficile. Un’ora al giorno c’è la passeggiata in comune con gli altri, ma molto spesso ti ritrovi con persone più in difficoltà di te alle quali vuoi dare una mano, e quindi spendi quei 60 minuti a sentire i problemi degli altri e quando rientri in cella sei più amareggiato di quando sei uscito [ride]. Poi quando uno arriva a La Stampa il percorso è completamente diverso. Si respira lì. Anche l’atteggiamento delle guardie è diverso; sicuramente ce ne sono tre o quattro che quando avrò finito la pena sarò contento di incontrare in città e farmi offrire un caffè [ride]. Lì ho avuto un buon rapporto con tutti. Ho osservato episodi di violenza che mi hanno infastidito come risse e pestaggi, ma lì non sei obbligato ad essere coinvolto, basta che vai da un’altra parte.</p>
<p><strong>Come si mangia?</strong><br />
Mi vergogno quasi a dirlo perché qualche detenuto si lamenterà, ma a mio avviso si mangia bene! A La Farera si mangia poco, ma mi è stato utile per perdere un po’ di peso [ride].</p>
<p><strong>Come sono i rapporti con gli altri carcerati?</strong></p>
<p>Io sono sempre andato d’accordo con tutti: certo ci sono i tipi più rissosi con i quali devi stare attento a quello che dici… allora dici sempre di si… e non cerchi lo scontro frontale [ride]. Lo capisci subito se con una persona puoi avere un buon rapporto oppure no, ma è lo stesso anche fuori. Alla fine le dinamiche all’interno di un carcere non son diverse da quelle che ci sono fuori.</p>
<p><strong>Riesce a coltivare anche qui le sue passioni?</strong></p>
<p>Si, perché quello che coltivavo prima è una cosa facilissima da fare anche qui, ovvero leggere e studiare. Se avessi avuto altre ambizioni come… non so… saltare dal paracadute… sarebbe stato un po’ difficile [ride]. Anche a La Farera, benché ci siano limitazioni di vario genere, la lettura non è proibita, per fortuna.</p>
<p><strong>L’episodio più bello che ricorda?</strong></p>
<p>Persone che hanno l’impressione di essere state abbandonate da tutti, apparentemente anche da Dio, che si sono aperte. Ho visto persone rifiorire per avergli dedicato mezz’ora del mio tempo. Questa è una lezione di vita.</p>
<p><strong>Quindi è possibile essere felici anche qui?</strong></p>
<p>Io sono entrato con l’obiettivo di non farmi influenzare dalle circostanze, anche perché sono in carcere non per colpa di altri ma per colpa mia. Quindi uno si dà dello scemo la prima giornata ma alla fine devi capire che è un’esperienza come un&#8217;altra e devi fartela piacere… ed ho scoperto tanti lati positivi, decisamente.</p>
<p><strong>Ad esempio?</strong><br />
Per esempio che le persone non vanno valutate solo sul sentito dire, da quello che si legge sui giornali, ma bisogna conoscerle a tu per tu e con il tempo capisci che una persona che può aver fatto anche efferati delitti può avere qualcosa nel suo cuore da offrirti. Poi naturalmente è molto importante la tua scala dei valori: quando entri qui capisci chi conta nella tua vita, e quali sono le persone di cui puoi fare a meno. E lo stesso per loro: ho scoperto persone dalle quali non mi sarei aspettato appoggio ed invece sono state molto calorose; altre dalle quali mi aspettavo di più ed hanno dato di meno. Ma non le giudico.</p>
<p><strong>Ha rapporti epistolari?</strong></p>
<p>Si. Con la mia famiglia, i miei amici e con alcuni miei dipendenti. Alcune persone si sono offerte di aiutarmi una volta che uscirò di qua, offrirmi un lavoro, aiutarmi a sistemare alcune cosine pratiche… tutto davvero apprezzato. Sono offerte venute spesso da persone che non avrei immaginato che sarebbero state così coinvolte.</p>
<p><strong>Crede in Dio?</strong></p>
<p>Io credo in Dio. Non appartengo a nessuna religione perché più le osservo e meno mi convincono, ma credo in Dio. Più passa il tempo e più ne sono convinto. E Dio mi ha aiutato moltissimo. Qui scopri una religiosità che fuori non hai nemmeno il tempo di coltivare. Sei da solo, tra quattro pareti, incominci a parlare da solo allora pensi che forse non stavi parlando da solo ma stavi parlando con Dio. È una reazione umana. Senti l’esigenza di comunicare. Riguardo alle religioni, invece, penso che siano strumenti umani – nobilissimi – ma pur sempre strumenti.</p>
<p><strong>Cosa sogna la notte?</strong></p>
<p>Non so se sogno.. però mi ricordo di un sogno che ho fatto un po’ di tempo fa, vedete voi se censurarlo [ride]. A La Stampa mi occupavo di vuotare i cestini nell’amministrazione, un lavoretto carinissimo perché giravo tra gli uffici amministrativi e riuscivo anche a scambiare due parole. Una notte sogno di arrivare al lavoro ma al posto mio ci sono due vecchietti, marito e moglie, proprio vecchi vecchi, che stanno vuotando i cestini al posto mio. Allora vado da uno dei capi della sorveglianza, chiedendo cosa stesse succedendo, e lui mi fa: «guardi, non si preoccupi, hanno proprio bisogno di lavorare. Ritorni nella sua cella che la paghiamo lo stesso».</p>
<p><strong>Pensa che il carcere sia la soluzione giusta per rieducare una persona?</strong></p>
<p>No sicuramente non è il modo giusto perché il carcere non rieduca. Quando uscirò di qua potrei benissimo fare il rapinatore perché mi hanno insegnato come si fa [ride].<br />
Però non vedo un’alternativa valida, non ho soluzioni migliori in mente. C’è bisogno che uno paghi per le sue colpe e soprattutto per alcuni reati bisogna isolare la person</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a dalla società.</p>
<p><strong>Come pensa che il mondo si rapporterà con lei una volta fuori?</strong></p>
<p>Succede esattamente quello che accadeva prima di entrare in carcere. Il mondo si divide tra persone intelligenti e persone vuote. Quando esci incontri gli stessi due gruppi, solo un po’ mescolati. Trovi persone contente di vederti ed altre che fanno finta di non vederti, ma, ripeto, succedeva la stessa cosa prima. Comunque non giudico, possono avere i loro motivi.</p>
<p>Ho una testa e due mani, non penso che avrò difficoltà. Quello che sapevo fare prima, in fondo, lo so fare anche adesso.</p>
<div></div>
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		<title>SWISSPETS: il social network per gli amanti degli animali</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 13:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Angela Armida</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/10/05/2012/swisspets-il-social-network-per-gli-amanti-degli-animali/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/ev-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="Swisspets" /></a>Cosa sono i cat café giapponesi? Come si alleva una migale? Quale sarà il micio candidato a senatore? Cosa contiene il cibo per cani e gatti? Scoprilo visitando Swisspets.ch il social network interamente dedicato agli amanti degli animali.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-6724" title="Swisspets" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/05/ev.jpg" alt="" width="180" height="180" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DIVERTIMENTO E INFORMAZIONE ALLA PORTATA DI UN CLICK</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa sono i cat café giapponesi? Come si alleva una migale? Quale sarà il micio candidato a senatore? Cosa contiene il cibo per cani e gatti? Scoprilo visitando swisspets.com il social network interamente dedicato agli amanti degli animali.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #ff6600;">Swisspets è il social network ticinese dedicato a tutti gli amanti degli animali</span></strong>. Nasce il primo agosto 2011 dall’idea di Damir Grgic e Daniele Marangi con l’obiettivo di creare uno spazio virtuale dove poter socializzare e divertirsi con persone che condividono la stessa passione e lo stesso rispetto per gli animali.</p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte vi siete divertiti a vedere le buffe espressioni del vostro gatto  mentre  cerca di rincorrere un filo di lana? O vi siete inteneriti sotto lo sguardo del vostro cane quando vuole uscire a fare una passeggiata? Con Swisspets è possibile immortalare questi momenti e mostrarli ai vostri amici caricando le fotografie direttamente sul profilo del vostro animale e commentando quelle degli altri. Amici piumati, pelosi o squamati, da appartamento o da fattoria, potranno dare espressione ai propri pensieri grazie alle vostre doti comunicative.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre al lato ludico Swisspets offre anche un servizio informativo importante. Il sito permette infatti di informare e informarsi su varie questioni che interessano i vostri amici animali inerenti il territorio ticinese e su questioni di attualità.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie all’applicazione Gmap ad esempio è possibile trovare i veterinari, le pensioni, i servizi di toelettatura per animali, i canili e gattili, i servizi di dog-sitter, i ristoranti che accettano i cani o ad esempio le associazioni animaliste. Nel blog si può esprimere la propria opinione su tematiche di attualità, come  le adozioni, la castrazione, i chip e i vaccini, l’ addestramento, o postare articoli curiosi trovati sul web. Nel forum si possono invece porre le proprie domande sui diritti degli animali direttamente ad un avvocato e mettere i propri annunci sulle adozioni o sugli animali dispersi o ritrovati.</p>
<p style="text-align: justify;"> Swisspets non è dunque solo un luogo di incontro e di socializzazione, ma molto di più, e con la partecipazione sempre più frequente dei suoi membri potrà in futuro diventare un vero punto di ritrovo per tutti gli appassionati di animali, dove trascorrere del tempo in modo divertente, ma anche utile. <strong><span style="color: #ff6600;">Il 4% dei profitti di Swisspets finanzia inoltre le organizzazioni animaliste no profit presenti sul territorio ticinese</span></strong>, un motivo in più per dare a Fuffi, Pallino o Mietta il loro spazio nel mondo virtuale.</p>
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		<title>L’Usti goes to Balelec</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 18:03:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/20/04/2012/lusti-goes-to-balelec/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/373360_222439214490969_1576445463_n-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="373360_222439214490969_1576445463_n" /></a>Con l’arrivo della primavera aumenta anche la voglia di stare all’aperto e di godere delle giornate che s’allungano. Inizia una nuova stagione ricca di innumerevoli offerte per il divertimento su tutto il territorio svizzero. E qual è in assoluto l’evento studentesco primaverile d’eccellenza? Il Balélec a Losanna! L’Usti non si fa mancare l’occasione di partecipare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/373360_222439214490969_1576445463_n.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6701" title="373360_222439214490969_1576445463_n" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/373360_222439214490969_1576445463_n.jpg" alt="" width="180" height="180" /></a></p>
<p>Con l’arrivo della primavera aumenta anche la voglia di stare all’aperto e di godere delle giornate che s’allungano. Inizia una nuova stagione ricca di innumerevoli offerte per il divertimento su tutto il territorio svizzero. E qual è in assoluto l’evento studentesco primaverile d’eccellenza? Il Balélec a Losanna! L’Usti non si fa mancare l’occasione di partecipare alla più grande festa studentesca europea che ogni anno attira migliaia di studenti provenienti dalle Università svizzere ed estere. Il Balélec si svolgerà venerdì 11 maggio sul territorio della Scuola Politecnica di Losanna (EPFL) dalle ore 19.00 fino alle 04.00. Per questo evento L’Usti organizza dei pulmini per la trasferta e si occupa dell’acquisto dei biglietti, e per tutti coloro che necessitano di un posto dove passare la prime ore del mattino prima della partenza si occuperà di trovare una sistemazione in un ostello della città. Il prezzo per persona è di 80frs i non soci e 75frs i non soci, ed include la trasferta con pulmino e biglietto d’entrata, escluso il prezzo dell’eventuale ostello. Per maggiori informazioni troverete sul sito <a href="http://www.lusti.org">www.lusti.org</a> o sul nostro profilo facebook tutti i dettagli riguardanti gli orari e i formulari d’iscrizione. Affrettatevi perché i posti sono limitati! Non lasciatevi sfuggire l’opportunità di partecipare ad uno degli eventi clou della stagione, il divertimento è garantito!</p>
<p>Cominciate anche a scaldarvi anche per il nostro ultimo evento dell’anno in programma sabato 26 maggio, dove possiamo anticiparvi che si tratterà di un concerto con numerose band ticinesi ( e d’oltralpe??), il modo migliore per concludere un anno scolastico a tutta musica! Ma le soprese non finiscono qui…<strong><br />Articoli (forse) correlati:</strong>
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		<title>Complemento &#8211; Intervista integrale alla scrittrice Helena Janeczek</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 11:14:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Helena Janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[Melissa Melpignano]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/18/04/2012/complementi-intervista-integrale-alla-scrittrice-helena-janeczek/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/images1.jpeg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="images" /></a>Intervista integrale alla scrittrice Helena Janeczek di Melissa Melpignano &#160; &#160; &#160; Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera da genitori di origine polacca, si è trasferita in Italia nel 1983 e oggi vive a Gallarate. Dopo l’esordio con la poesia in lingua tedesca (Ins Freie), ha scritto i suoi romanzi in italiano &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista integrale alla scrittrice Helena Janeczek </strong></p>
<p>di Melissa Melpignano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/images1.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6696" title="images" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/images1.jpeg" alt="" width="194" height="259" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera da genitori di origine polacca, si è trasferita in Italia nel 1983 e oggi vive a Gallarate. Dopo l’esordio con la poesia in lingua tedesca (<em>Ins Freie</em>), ha scritto i suoi romanzi in italiano &#8211; la lingua di Primo Levi, lingua degli affetti. Helena ha parlato di una sorta di “transgendering” da una lingua all’altra, dello “stare seduto tra due lingue”. E’ l’autrice di <em>Lezioni di tenebra </em>(in cui una figlia si addentra con la madre nella sua storia di sopravvissuta ad Auschwitz), <em>Cibo</em> (che nutre, fa del male, è memoria&#8230;) e <em>Le rondini di Montecassino</em> (ricordiamo che battaglioni di maori o indiani sono caduti in Italia nel ’44?). L’abbiamo incontrata in occasione della sua lezione presso il Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana dell’USI, ospite del corso di Letteratura del Novecento della professoressa Antonella Anedda.</strong></p>
<p><strong></strong><strong> </strong></p>
<p><strong>Che cosa significa “avere il diritto” di raccontare una storia altrui e che cosa significa assumersi la responsabilità di raccontarla?</strong></p>
<p>«“Il diritto” te lo devi dare da solo ed è un fatto problematico. L’arrogarsi tale diritto ha a che fare col raccontare in senso assoluto &#8211; storie vere o inventate, anche di tipo autobiografico (se uno racconta di se stesso è come se raccontasse di qualcun’altro). Raccontare è un processo di conoscenza attraverso un percorso con le parole, in cui bisogna fare attenzione a ciò che si viene a conoscere, si rischia di fagocitare gli altri dentro il proprio sguardo ed è un rischio insito del raccontare, ovviamente anche quando il racconto non è verbale. D’altro canto il mondo, ciò che viviamo, ciò che abbiamo vissuto ce lo raccontiamo da sempre e necessariamente rapportiamo le cose a noi stessi. Fare questo con consapevolezza, a maggior ragione quando ci si occupa di qualcuno che ha nome, cognome, corpo, storia, diverso da te che scrivi, ti mette in guardia dal rischio della vampirizzazione del racconto, che è una delle prerogative intrinseche del raccontare. D’altra parte può accadere che persone che non abbiano avuto modo di raccontare o abbiano raccontato poco, possano sentirsi accolte dal racconto altrui, come è successo per <em>Lezioni di tenebra</em><em>»</em>.</p>
<p><strong>Lo scrittore è dunque colui che può dar voce a chi viene dimenticato ai margini. C’è un’altra caratteristica che viene attribuita allo scrittore: il dar nome alle cose. L’ha detto proprio qualche giorno fa Alessandro Baricco in un’intervista su Rai3. Che cosa significa “dare nomi” ed è davvero una delle missioni dello scrittore? Che ne è così della dimensione dell’immagine? In <em>Lezioni di tenebra</em> si presenta il problema dei nomi mancanti e si fa esperienza di conoscenza attraverso l’affettività e attraverso gli oggetti, il tatto. E’ possibile essere salvi anche senza nome?</strong></p>
<p>«Certo che è possibile. E’ evidente che per chi scrive le parole sono importanti, sono il tentativo che si fa per catturare una qualche verità, ma sono anche uno strumento di arte illusoria.</p>
<p>La considerazione di Baricco si inscrive in una versione laica del pensiero per cui la creatività artistica con le parole è una sorta di atto divino &#8211; in principio c’era il Verbo, quindi diamo nome alle cose. Ma noi non siamo veramente questo: noi possiamo stare nello scarto tra il nostro desiderio e bisogno di nominare e circoscrivere, e la consapevolezza che la vita –non solo la pura vita biologica, ma anche quella psichica- esiste al di là dei nomi. Quando tu il nome l’hai perso o non ce l’hai, non è che qualcun’altro possa arbitrariamente  restituirti quel nome: semplicemente ti rendi conto che esiste una consistenza di qualcosa che va oltre il nome. E’ una questione presente in <em>Lezioni di tenebra</em> e centrale nelle <em>Rondini di Montecassino</em>. L’esperienza di scoprire dopo la morte di mio padre, che io ho amato moltissimo, che lui non fosse nato con quello che credevo il suo nome e cognome, con cui l’ho chiamato per tutta la vita, non è stata affatto un’esperienza lacerante o traumatica, perché a un certo livello non importa il nome, ma la relazione».</p>
<p><strong>Nei suoi libri appaiono ogni tanto degli elenchi, che graficamente nella pagina risultano importanti.</strong></p>
<p>«Sono molto legata al ritrovamento di nomi, cioè quei nomi che non vengono dati dallo scrittore ma che ritrovi come simboli rappresi di una vita che non domini e che non inventi, ma che c’è stata. L’elenco dei nomi dei soldati maori caduti a Montecassino sono i veri nomi che ho trovato nel documentarmi per la scrittura delle <em>Rondini</em>; che il lettore lo sappia o no non è fondamentale, però ritrovare quei nomi è come rievocare la presenza di un essere umano. Il nome di una persona appartiene a quella persona specifica e attraverso il nome si spalanca una prospettiva su qualcuno che è oltre sé: non è parola tua il nome. Anedda [nell’ultimo libro <em>Salva con nome</em>] che raccoglie volti di cui non conosce il nome fa un’operazione completamente speculare alla mia di raccogliere nomi di cui non conosco il volto: sono entrambe tracce di qualcosa di mancante di cui vuoi restituire un’irriducibilità».</p>
<p><strong>Importante nei suoi libri e nella sua storia personale, così per noi che ci troviamo oggi in Ticino, è la questione dell’emigrazione e dell’essere immigrato.</strong></p>
<p>«Uno scrittore scrive sostanzialmente delle cose che più gli stanno a cuore. Quando ho cominciato le <em>Rondini</em> sapevo di andare a ripercorrere tracce familiari o di persone molto vicine. Personalmente e profondamente mi riconosco molto di più in quello che non è mai completamente di un posto, anziché in un’identità ebraica in qualche modo definita. Quasi tutti i libri di scrittori cosiddetti “transnazionali” li sento a me più vicini dei libri dell’ultima generazione di scrittori ebrei, perché fanno del mondo un’esperienza complessa: per quanto piccolo lo spostamento, c’è sempre il problema della differenza tra luogo di partenza e luogo di arrivo, della mancanza. Se poi a questo problema dello spostamento si aggiungono fatti di discriminazione, tutto diviene ancora più doloroso, e soprattutto pericoloso. Se il posto in cui arrivi è poco accogliente (a maggior ragione, ad esempio, se si è fuggiti da una guerra), possono generarsi reazioni di chiusura quasi psicotica dentro il “proprio” mondo &#8211; dentro un mondo che tra l’altro non esiste: i mondi reattivi e reazionari generati da una società violenta e reazionaria sono dei mondi psicotici. I fatti di violenza di Tolosa mi sembrano molto simili alla strage di Anders Breivik in Norvegia o a quella del cinquantenne che ha ucciso i senegalesi a Firenze o a qualche ignoto in una cittadina vicina a San Diego che poco tempo fa ha ucciso una donna trentaduenne irachena massacrandola con un cric in testa, lasciandole accanto un biglietto con scritto “Tornatene a casa tua, terrorista” &#8211; una donna fuggita ancora prima della guerra dalle repressioni di Saddam Hussein perché figlia di un religioso sciita. Sono fatti che fanno capire che sei dentro un mondo in cui la paranoia fa sistema e la paranoia di una parte alimenta la paranoia dell’altra. Una società che sia fondata sui diritti dei singoli e dei popoli, in continuità con l’eredità dell’illuminismo, che abbia sancito dei principi universali vincolanti, per cui oltre ai diritti ci sono dei doveri corrispondenti, che concepisca gli uomini come cittadini, come soggetti, tutto ciò fa paura a coloro che questo non lo vogliono: razzisti, integralisti, bigotti, fanatici cristiani, leghisti, fondamentalisti islamici&#8230; Ciò che più m’intristisce è che la fuga dentro l’ideologia aggressiva fa sì che si perdano delle persone che potrebbero lottare per un altro tipo di mondo, un mondo in cui nessuno debba disprezzare un altro per religione, razza, sesso, orientamento sessuale, ecc. Da un punto di vista psichico, per quanto malato, è più semplice la creazione di gruppi terroristici, di cellule che si costituiscono in modo aggressivo. Le donne possono capire questo immediatamente: spesso lasciamo correre il solito commento maschilista perché pensi “chi se ne frega”, a volte ci sono commenti intimamente offensivi e tu non trovi le parole per reagire: chiunque faccia sulla propria pelle, nel proprio quotidiano, l’esperienza della discriminazione, sa che ci si trova disarmati di fronte a questo. Bisogna avere molta forza, molta lucidità, molta consapevolezza per riuscire a trovare modi per reagire, per capire quando ne va della mia dignità e per difenderla. Questo è terribilmente difficile perché fino a un certo punto l’atto discriminatorio è previsto, avvallato e sostenuto da un discorso comune, per cui sei tu discriminato quello che esce dai ruoli nel momento in cui reagisci. E’ totalmente previsto che degli uomini possano fare delle battute sceme sulle donne, magari anche pensando che siano degli apprezzamenti, e se tu reagisci dicono che te la prendi, che sei una frustrata e sembri tu quella sbagliata sul momento. Perciò ci vogliono molta forza e consapevolezza. Più queste esperienze sono dolorose, più nel petto si produce una rabbia».</p>
<p><strong>Uno dei suoi romanzi s’intitola <em>Cibo</em> , un tema che torna spesso nei suoi romanzi, anche in relazione al corpo femminile.</strong></p>
<p>«Il cibo è una cosa che forse il corpo femminile sente di più. In generale l’essere unitario fa esperienza del fatto che il corpo non è mai solo corpo, e ciò si capisce molto bene nel rapporto col cibo – non solo attraverso i cosiddetti “disordini alimentari”. Allora che si va a esplorare il cibo come una delle possibili forme che mettono in gioco motivazioni profonde, anche più che psicologiche. Di che cosa è fatta la nostra memoria? La nostra memoria primordiale è legata al corpo: madre-cibo-tetta sono tutt’uno per il neonato. Il cibo è un veicolo primordiale del nostro rapporto col mondo, col fuori. Ti ricordi quando hai assaggiato per la prima volta un tal cibo e magari non ricordi cose più sofisticate di questa dialettica fra corporeità ed esperire se stessi e il mondo corporalmente. La memoria non è solo psiche, ma cognizione, coscienza».</p>
<p><strong>Perché uno si mette a scrivere? E’, in fondo, qualcosa di facile scrivere storie?</strong></p>
<p>«E’ facile e non è facile. Non ho mai vissuto la scrittura come fatica, nel senso che ovviamente lo è ma non come lavorare in miniera; intendo che non l’ho mai vissuta come un’esperienza demiurgica ma di estremo privilegio, arricchimento. Hai questo strumento meraviglioso fatto di nulla per cui non mi sento creatore di un mondo, ma nei momenti migliori mi sento di essere una sorta di intermediario e in questa posizione mezzana hai la possibilità di fare un viaggio di conoscenza straordinaria: ti protendi verso qualcosa, che sono le storie del mondo e degli uomini, che raccogli e che in parte inventi, ma anche quando le inventi ti protendi cercando il più possibile qualcosa che ti corrisponde e che allo stesso tempo è altro. Questo dà un senso di pienezza».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si declina il potere nell’atto della scrittura (specie quando si racconta delle storie degli altri)?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Il narcisismo nello scrittore è una delle possibili declinazioni del desiderio di potere, e anche abbastanza modesto per certi aspetti. Prendiamo Kafka, che voleva fossero distrutti tutti i suoi scritti: la richiesta di uno come Kafka rispetto a se stesso e alla sua arte è altissima e in questo senso c’è una lacerazione tra potere e potenza molto ampia».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quali sono i Suoi maestri?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Nel senso di Paolo Conte “il maestro è nell’anima e all’anima sempre resterà”? Sicuramente Kafka, al quale ritorno sempre, anche in un senso affettivo, poi i grandi romanzieri dell’Ottocento francesi, inglesi e russi – che sono come gli amici di una vita, non te li scegli ma li hai dentro. Nel Novecento ci sono Primo Levi e Shalamov, perché ti danno un senso enorme del potere delle parole, del potere umano di dare forma, una forma piena di bellezza. Poi amo molto Conrad, che è “corresponsabile” del titolo di <em>Lezioni di tenebra</em> e ancora più determinante nelle <em>Rondini di Montecassino</em>. Da ragazza ho amato molto tutto ciò che era epico-avventuroso – dall’<em>Iliade </em>e dall’<em>Odissea</em>, che mio padre mi leggeva nelle versioni in prosa, fino a Salgari. Mi affascinava pensare che qualcuno potesse raccontare viaggi per mari tropicali dando allo stesso tempo grande profondità e ambivalenza. Anche Conrad scriveva in una lingua acquisita, l’inglese; nei suoi romanzi si riferisce alla nave con <em>she</em> [non <em>it</em>], perché la nave è femmina, oggetto di desiderio, una donna riottosa e ingovernabile, e l’uso di questo pronome ci informa di un senso profondo».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Recensione Vincitrice di Aprile &#8211; Fai bei sogni</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 09:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Club del libro]]></category>
		<category><![CDATA[Edizione Online - Ultime]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/18/04/2012/recensione-vincitrice-di-aprile-fai-bei-sogni/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/images.jpeg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="images" /></a>di Tommaso Alemanno – Università della Svizzera Italiana, Comunicazione &#160; Massimo GRAMELLINI, Fai bei sogni, LONGANESI, 2012, pg.209 &#160; &#160; “Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tommaso Alemanno – Università della Svizzera Italiana, Comunicazione</p>
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<p><a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/images.jpeg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6678" title="images" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/images.jpeg" alt="" width="225" height="225" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Massimo GRAMELLINI, Fai bei sogni, LONGANESI, 2012, pg.209</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>“Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”.</em></p>
<p>Fai bei sogni, l’invito della madre che lascia il figlio a crescere orfano con il padre assieme ad un universo d’incomprensioni tipiche del rapporto padre figlio.</p>
<p>Una madre vittima di un tumore, che allo stremo delle sue forze, dovute alla precarietà delle cure del tempo, non ce la fa, e prima di esalare l’ultimo respiro rimbocca le coperte al figlio addormentato e lo saluta.</p>
<p>Un figlio che cresce orfano, privo dell’amore materno e che si chiede come sarebbe diventato se lei fosse stata li con lui.</p>
<p>Un bambino che si abitua a camminare sulle punte dei piedi a testa bassa perché il cielo lo spaventa, e la terra anche.</p>
<p>Un segreto che resta celato per quarant’anni, una verità non detta, un complotto che si è materializzato con la naturalezza di chi non sa dire una cosa e la lascia dire agli altri.</p>
<p>Un romanzo che nasce con l’idea di essere un romanzo con una spruzzata autobiografica per rendere viva la storia, e la storia arriva poi invece dalla vita vera, quella vissuta dallo scrittore in prima persona, giornalista de <em>La Stampa</em>, che si è portato dentro per anni e che finalmente esce con una naturalezza e veridicità che a tratti bagna l’occhio anche a chi non è abituato alle lacrime.</p>
<p>E crescendo l’autore si ritrova a fare i conti con la paura di vivere, e con il rifiuto del vuoto lasciato dalla presenza femminile più importante nella vita di ogni individuo: la figura materna.</p>
<p>Crescendo dovrà fare i conti con gli studi che non lo soddisfano, con varie storie amorose rese difficili dalla non conoscenza dell’altro sesso, e una verità che non conosce, o meglio vuol far finta di non conoscere e che quarant’anni dopo la grande perdita scoprirà. Scoprirà di averla sempre saputa, ma di non averla voluta accettare.<strong><br />Articoli (forse) correlati:</strong>
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		<title>Più disinibiti, Più fragili &#8211; Editoriale aprile 2012</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 08:37:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Biondi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Biondi]]></category>
		<category><![CDATA[L'universo]]></category>

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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/18/04/2012/piu-disinibiti-piu-fragili-editoriale-aprile-2012/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/1.The-Story-of-O-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="" title="1.The-Story-of-O" /></a>Abbiamo parlato pochi mesi fa di tabù sostenendo che il sesso, oggigiorno, non rientra più tra gli argomenti “proibiti”. Questo mese abbiamo quindi deciso di dare spazio a questo tema per comprendere meglio come lo vivono i giovani. Abbiamo condotto un sondaggio tra gli studenti dell’USI e fra i dati  che balzano all’occhio ve n’è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/1.The-Story-of-O.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-6672" title="1.The-Story-of-O" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2012/04/1.The-Story-of-O.jpg" alt="" width="1920" height="1080" /></a>Abbiamo parlato pochi mesi fa di tabù sostenendo che il sesso, oggigiorno, non rientra più tra gli argomenti “proibiti”. Questo mese abbiamo quindi deciso di dare spazio a questo tema per comprendere meglio come lo vivono i giovani.</p>
<p>Abbiamo condotto un sondaggio tra gli studenti dell’USI e fra i dati  che balzano all’occhio ve n’è uno in particolare: non sono più solo i maschi a consumare pornografia, ma anche le ragazze si sono progressivamente avvicinate a questo mondo, attraverso la rete. Con la sostituzione delle “care, vecchie riviste a luci rosse” le immense possibilità della sfera virtuale danno vita anche a nuove tendenze, come quelle del sesso a distanza tramite webcam. Un pratica che può generare una vera e propria dipendenza.</p>
<p>A questo proposito, interessante la testimonianza di M. che vive una situazione di questo tipo.</p>
<p>Pur impegnato in una relazione con una ragazza che ama,  quasi tutte le sere si collega ad internet per consumare un rapporto tramite webcam con compagne che cercano la stessa esperienza. M. sostiene di non poter rivelare questo suo segreto alla compagna, perché «non accetterebbe una cosa del genere». Ma c’è da chiedersi se ciò valga davvero per la maggior parte delle donne, in particolare tra quelle della nuova generazione.</p>
<p>Sapere che l’esperienza finisce lì, nello spazio di pochi minuti, senza sfiorare la dimensione dell’emotività e dei sentimenti, può essere accettabile. In fondo «è solo un gesto meccanico senza sentimenti». E quindi diventa tollerabile che lui (ma vale anche per lei) faccia sesso con una sconosciuta tramite computer.</p>
<p>Ma non che vada a  prendersi un caffè con un’altra ragazza, conosciuta il giorno prima all’università! Basta, in sostanza, che non siano messi in gioco i sentimenti.</p>
<p>L’impressione è che proprio la maggiore apertura nei confronti della sfera sessuale, con pratiche che in passato sarebbero state immediatamente censurate e relegate fra le cose “di cui non si può parlare”, evidenzi ancora una volta come i veri limiti – i veri “tabù”? – siano in realtà legati ad un’altra dimensione, più sensibile e più fondamentale: quella dei sentimenti. In altre parole: più si diventa disinibiti e “spregiudicati” da una parte, più ci si sente fragili dall’altra.</p>
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