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	<title>L&#039;universo &#187; ricerca</title>
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		<title>150 amici per me possono bastare!</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 15:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isabel Indino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/28/01/2010/150-amici-per-me-possono-bastare/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2010/01/facebook2-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="facebook2" title="facebook2" /></a>Quanti sono i vostri amici di Facebook? 100, 200, di più? Secondo uno studio di Robin Dunbar della Oxford University, nemmeno facebook può eliminare il limite della nostra corteccia cerebrale: ci è possibili infatti instaurare un massimo di 150 relazioni stabili! Dall' add as a friend sempre e comunque alla filosofia del "pochi ma buoni"...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-medium wp-image-4222" title="facebook2" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2010/01/facebook2-300x273.jpg" alt="facebook2" width="300" height="273" /></p>
<p style="text-align: justify;">Con Facebook gli “amici” si moltiplicano di giorno in giorno, con richieste di amicizia anche da persone sconosciute o solo intraviste. Si segue la politica dell’ “add as a friend”, la quale richiede un minimo sforzo: basta un click ed eccoci impegnati in una nuova relazione virtuale. Ritenuti scarsi quelli che non arrivano alla centinaia e ammirati coloro che invece la superano di netto. Ma, secondo una ricerca dell’antropologo della Oxford University Robin Dunbar, è meglio adottare la filosofia “pochi ma buoni”. Infatti la nostra corteccia cerebrale ha un limite che nemmeno facebook è riuscito a superare: non riusciamo ad avere più di 150 relazioni stabili. Questa cifra è infatti detto “numero di Dunbar”, limite cognitivo (di natura teorica) oltre cui non sarebbe più possibile instaurare delle relazioni stabili. Nonostante la diffusione dei social network, molte ricerche hanno provato che post, inviti e tanto altro vengono indirizzati sempre ad una cerchia ristretta di “amici”, che si conoscono nel mondo reale.<br />
Non è quindi il numero a far la differenza, ma l’importanza della solidità dei rapporti supera anche questa volta i poteri del web.<br />
Provate dunque a “spulciare” la vostra lista di “friends facebookiani” e individuate i vostri best-150!</p>
<p><strong><br />Articoli (forse) correlati:</strong>
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		<title>La ricerca nel settore della web communication</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 12:13:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gerardo Bramati</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/20/05/2009/la-ricerca-nel-settore-della-web-communication/"><img align="left" hspace="5" width="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2009/05/screenshot-5_20_2009-2_10_32-pm1.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="screenshot-5_20_2009-2_10_32-pm1" title="screenshot-5_20_2009-2_10_32-pm1" /></a>Intervista a Lorenzo Cantoni e Marco Farè, rispettivamente direttore e ricercatore presso il laboratorio webatelier.net, sulla ricerca nel campo della comunicazione su internet e sul futuro della rete.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2728" title="screenshot-5_20_2009-2_10_32-pm1" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2009/05/screenshot-5_20_2009-2_10_32-pm1.jpg" alt="screenshot-5_20_2009-2_10_32-pm1" width="500" height="116" /></p>
<p>Tutti lo usano, ma pochi lo conoscono davvero: internet non è soltanto un parco giochi, ma anche uno strumento che, se debitamente sviluppato, può portare a risultati eccellenti in campi come pubblicità ed informazione. Ma cosa significa adottare il web come oggetto di studio? Lo abbiamo chiesto a due ricercatori del nostro ateneo: Lorenzo Cantoni e Marco Faré, rispettivamente direttore e ricercatore presso il laboratorio webatelier.net.</p>
<p><strong>Internet è un mondo mutevole, dove a periodi di tempo decisamente brevi corrispondono spesso cambiamenti radicali. Come si pone un ricercatore davanti ad un universo così instabile?</strong></p>
<p><strong>MF</strong>: L’instabilità dell’universo internet si trova sia negli aspetti tecnologici sia in quelli legati alla comunicazione umana. Come ricercatori, al webatelier.net ci concentriamo su questi ultimi, studiando non tanto l’evoluzione delle singole tecnologie o piattaforme, quanto gli usi che se ne fanno. Siti come Twitter, Second Life, Facebook o Youtube sono innovazioni che emergono rapidamente (e spesso, altrettanto rapidamente, scompaiono). Il ruolo della ricerca accademica è quello di contestualizzare queste mode.</p>
<p><strong>Dal 1999 è attivo il laboratorio webatelier.net, diretto dal professor Cantoni e presso cui Faré è ricercatore, che si occupa oggi in particolar modo dell’impiego dei nuovi media nella comunicazione turistica: perché proprio questo settore?</strong></p>
<p><strong>LC</strong>: Il settore del turismo è tra quelli che più beneficia della rete. Per sua stessa natura, infatti, il bene turistico viene acquistato prima del momento della sua fruizione, e le tecnologie multimediali permettono di antiucipare l’esperienza turistica meglio di altre modalità comunicative. Gli studi dimostrano che prenotazioni e acquisti online sono in costante crescita, così come i siti che consentono di commentare e condividere le proprie esperienze di viaggio, come per esempio Tripadvisor. Il fermento nel campo della comunicazione turistica online e l’opportunità di svolgere alcuni progetti di ricerca e sviluppo a stretto contatto con gli operatori del settore ci hanno spinti a focalizzare le nostre ricerche in questo ambito.</p>
<p><strong>Parliamo infine del futuro del web, un futuro che si avvicina a una velocità sempre maggiore: quali nuovi elementi rivoluzioneranno la nostra esperienza di fruizione del web, nei prossimi decenni?</strong></p>
<p><strong>MF</strong>: È vero che le innovazioni sembrano susseguirsi senza sosta, ma l’esperienza che deriva dalla ricerca sulla comunicazione ci insegna che il tempo di adozione per una nuova tecnologia arriva a coprire un’intera generazione. Tanto ci vorrà perché i nativi digitali, coloro cioè che sono nati trovandosi le tecnologie digitali già pronte, superino gli immigrati digitali, cioè quelli che ricordano di aver vissuto – felicemente – in un mondo senza internet. Internet che, lo ricordiamo, viene usato estensivamente da poco più di un decennio. Per questo è difficile fare previsioni a lungo termine. Possiamo comunque ipotizzare alcune tendenze: la rete uscirà dal pc (lo sta già facendo) permettendoci di essere online attraverso il telefonino o un dispositivo simile, anche se siamo lontani dalla nostra scrivania. Grazie a ciò, nuovi servizi personalizzati in base alla localizzazione spaziale degli utenti (la geolocalizzazione: siamo di nuovo a contatto con il viaggio e il turismo) potranno essere sviluppati. Il loro successo non dipenderà solo dalla validità della tecnologia, ma anche dalla capacità di attrarre utilizzatori e dal modello di business su cui poggiano.</p>
<p><strong>Se la rete degli albori era un mezzo per accedere a fonti di informazioni ufficiali ed attendibili, oggi spopola il cosiddetto User Generated Content &#8211; YouTube, Facebook ed i blog sono soltanto alcuni esempi. Quali sono le opportunità che ne derivano nell’ottica della ricerca?</strong></p>
<p><strong>LC</strong>: stiamo vivendo un percorso già attraversato altre volte nella storia della comunicazione. Si passa da una fase in cui solo pochi sono capaci di fruire e produrre (pensiamo agli scribi per la scrittura a mano), a una fase in cui pochi producono e molti fruiscono (pensiamo alla stampa, o al cinema e alla televisione), a una fase in cui la anche la capacità di produrre si socializza (pensiamo alla scrittura a mano negli ultimi secoli, o alla fotografia).<br />
Questo processo, ha talora ingenerato errori di prospettiva, come per esmpio quello di pensare che nel medioevo le persone fossero ignoranti perché non sapevano leggere e scrivere: a quei tempi la comunicazione orale – o il linguaggio delle arti visive – veicolavano principalmente la cultura; e una persona che sapeva a mala pena leggere e scrivere poteva senza difficoltà fare carriera e diventare imperatore, come Carlo Magno.<br />
Se all’inizio la rete era per soli specialisti, poi per molti fruitori e pochi produttori di messaggi – dotati, questi ultimi, di idonee competenze tecniche – ora la pubblicazione di contenuti è alla portata di (quasi) ogni navigatore. Non è che, conviene sottolinearlo, ciascun navigatore della rete voglia oggi trasformarsi in un romanziere o in un giornalista di successo, ma la rete è ora vissuta sia come grande biblioteca universale, sia come piazza pubblica, dove andare per incontrare gli amici (vecchi e nuovi, veri o presunti&#8230;). È nel dialogo con queste persone che si sviluppano – a una velocità impressionante – i cosiddetti UGC, contenuti generati dagli utenti.</p>
<p>Per avere ulteriori informazioni sulle attività degli intervistati, visitate i blog di Cantoni (<a href="http://newmine.blogspot.com" target="_blank">newmine.blogspot.com</a>) e Faré (<a href="http://www.fridaynet.ch" target="_blank">fridaynet.ch</a>).<strong><br />Articoli (forse) correlati:</strong>
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		<title>Una vita da ricercatore</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2009 16:18:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isabel Indino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.luniverso.com/11/05/2009/una-vita-da-ricercatore/"><img align="left" hspace="5" width="150" height="150" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_623921-150x150.jpg" class="alignleft wp-post-image tfe" alt="_mg_623921" title="_mg_623921" /></a>Molti pensano che l’attività di professori e assistenti sia solamente legata alle lezioni date durante i corsi. C’è invece un’intensa attività di ricerca dietro, che rimane spesso in ombra. Ma cosa vuol dire dedicarsi alla ricerca? Abbiamo posto alcune domande in proposito a Gabriele Balbi, dottorando all’Università della Svizzera Italiana.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignnone size-full wp-image-2687" title="_mg_623921" src="http://www.luniverso.com/wp-content/uploads/2009/05/_mg_623921.jpg" alt="_mg_623921" width="500" height="333" /></strong></p>
<p><strong>Il 14 Maggio si terrà la Giornata della dedicata dal Fondo Nazionale alla Svizzera italiana. Ma cosa significa essere un ricercatore? Molti pensano che l’attività di professori e assistenti sia solamente legata alle lezioni date durante i corsi. C’è invece un’intensa attività di ricerca dietro, che rimane spesso in ombra. Ma cosa vuol dire dedicarsi alla ricerca? Abbiamo posto alcune domande in proposito a Gabriele Balbi, dottorando all’Università della Svizzera Italiana.</strong></p>
<p><strong>Cosa vuol dire dedicarsi alla ricerca? Com&#8217;é nata la sua voglia, da &#8220;semplice&#8221; studente, di continuare in modo approfondito gli studi?<br />
</strong>Il lavoro accademico si divide in due fasi principali, che a mio avviso sono intrecciate: la didattica e la ricerca. Dedicarsi alla ricerca comporta un duplice impegno: il costante aggiornamento sulle pubblicazioni scientifiche relative al proprio settore di studi e l’applicazione sul campo di questo armamentario metodologico. Al fine, se possibile, di pubblicare i risultati conseguiti. Per spiegare cosa vuol dire per me dedicarsi alla ricerca porto l’esempio del mio dottorato sulla storia del telefono in Italia tra Otto e Novecento. In una prima fase, ho dovuto raccogliere e analizzare a fondo la letteratura sul tema della storia della telefonia e delle telecomunicazioni. Poi ho formulato una precisa domanda di ricerca, sulla base di queste letture e della letteratura sulla storia della tecnologia e dei media: mi sono insomma focalizzato su una serie di aspetti, di relazioni che volevo individuare e far emergere nel mio lavoro. A quel punto ho avviato la fase che, per uno storico, credo sia la più affascinante: il rinvenimento delle fonti. Questo mi ha portato a passare intere giornate alla Biblioteca della Camera, alla Biblioteca del Ministero delle Comunicazioni e all’Archivio di Stato a Roma, alla Biblioteca Nazionale di Firenze e in molte altre istituzioni. Qui ho scavato in fondi e pubblicazioni polverose, che penso mi abbiano lentamente aiutato a comprendere lo “spirito del tempo” in rapporto alla telefonia. Non vanno dimenticati anche tutti i rapporti di amicizia e di conflittualità che ho instaurato con i vari archivisti: una dolce battaglia per la conquista del “documento”. C’è stata poi una fase di lettura dei materiali e di “costruzione” di un reticolo di temi e argomenti che ho poi utilizzato nella fase di scrittura.<br />
Sono stato studente presso l’Università degli studi di Torino e ricordo con precisione il momento in cui ho capito che il mondo della ricerca poteva diventare il mio: durante la scrittura della tesi di bachelor ho capito che il mio interesse era approfondire lo studio dei fenomeni storico-sociali legati alla comunicazione, andare oltre il senso comune.<br />
<br />
<strong>Lei ha ricevuto una borsa dal Fondo Nazionale grazie alla quale è stato Visiting Fellow ad Harvard. Come ha vissuto questa esperienza?<br />
</strong>È stata un’opportunità e un’esperienza straordinaria. Il Visiting ad Harvard è stato decisivo nella strutturazione della mia tesi e delle mie ricerche per diversi motivi: ho seguito corsi stimolanti sulla storia della tecnologia e dei media, ho potuto confrontarmi per ore con docenti che fino a quel momento avevo solo letto, ho stretto amicizie con altri dottorandi e ricercatori del mio e di altri settori di ricerca (capendo anche quali fossero i “temi caldi” nella ricerca scientifica), ho potuto usufruire del sistema bibliotecario dell’università (che è sterminato, stimolante, totalmente assorbente). Insomma, un’esperienza che auguro ad ogni ricercatore.<br />
<br />
<strong>Che consiglio darebbe ad uno studente che si interessa alla ricerca? Quali sono le soddisfazioni che questo genere di attività può offrire?<br />
</strong>Il mondo della ricerca scientifica penso sia quasi una “vocazione”. Occorre avere costanza, capacità di auto-gestione, volontà di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo, ma soprattutto grande passione. Ci sono momenti duri, battaglie a volte perse (penso al rifiuto di qualche articolo da parte di una rivista), ma credo sia fondamentale non perdere mai entusiasmo e volontà di lavorare duro. Le soddisfazioni sono grandi per chi ama questo mestiere: pensi soltanto al fatto che, con una ricerca, lei sostenga, scopra, venga a conoscenza di storie, aspetti, teorie che prima non erano state formulate o che non erano mai state applicate a quel settore, a quella realtà sociale. Anche se la cosa è difficile, se dovessi illustrarle 3 qualità del buon ricercatore direi: volontà, capacità di stupirsi, passione totale.<strong><br />Articoli (forse) correlati:</strong>
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